Anche una teologa di Cambridge come Amy Galliford, associata del Centre for Public Christianity, finisce per cedere all’impulso di aprire ChatGPT di fronte al disagio di una domanda senza risposta. Lo racconta lei stessa in un recente articolo sul Guardian: sa che il chatbot «allucina», che le sue risposte sono calcoli probabilistici privi di coscienza, però si lascia sedurre dall’ordine rassicurante di un “piano in cinque punti” e dall’eco di una voce apparentemente umana.Galliford rilegge la propria esperienza con i chatbot alla luce del pensiero di Simone Weil, che definiva la preghiera come attenzione (parola che in francese condivide la radice con attendre, «attendere») e osserva che la radice latina di «contemplazione» è templum, tempio.È proprio il disagio del “non-sapere” a rendere sacro lo spazio tra ogni domanda e ogni risposta, con i chatbot, però, «la macchina solleva dal disagio, ma nel farlo mi priva della mia attesa. I suoi elenchi puntati, apparentemente ordinati, assaltano il mio silenzio».La riflessione portata avanti dalla teologa britannica ha una dimensione educativa che la stessa Galliford accenna appena, e che Weil, invece, aveva già colto: nel saggio «Riflessioni sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio» (1942), la filosofa sosteneva che il fine autentico dello studio è sviluppare la facoltà dell’attenzione. Tutti gli esercizi di pensiero, anche quelli scolastici, perfino quelli irrisolti o irrisolvibili, allenano quella capacità che nella preghiera si orienta verso Dio e nella vita morale verso il prossimo. L’intelligenza artificiale generativa elimina proprio questo passaggio: lo sforzo apparentemente infruttuoso dell’attesa che, per Simon Weil, è il cuore della formazione.Le ricerche sembrano confermare questa intuizione teologico-filosofica: uno studio del 2025 condotto da Michael Gerlich della Swiss Business School (SBS) ha documentato una correlazione significativa tra l’uso frequente di strumenti di intelligenza artificiale e il calo del pensiero critico, soprattutto tra i 17 e i 25 anni.Il fenomeno, noto come cognitive offloading, descrive la delega dello sforzo mentale alla macchina: un’abitudine che, col tempo, erode la capacità di sostenerlo autonomamente.Già nel 1817, il poeta John Keats aveva coniato un termine per descrivere la capacità di restare nell’incertezza senza cercare risposte affrettate: negative capability, che potremmo tradurrecome una sorta di disposizione a «sostare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi, senza alcuna irritabile ricerca di fatti e di ragioni». Oggi la ricerca educativa riconosce la negative capability come una competenza cruciale del percorso di crescita. Ma l’intelligenza artificiale, programmata per fornire sempre una risposta immediata, ci fa muovere nella direzione esattamente opposta.Un’eco di questa preoccupazione si trova nella Magnifica Humanitas di Leone XIV, che invita a custodire nei giovani «il desiderio di porre domande» perché le macchine rischiano di rendere superfluo lo sforzo del pensare. Sulla stessa lunghezza d’onda Galliford conclude il suo articolo con una considerazione simile: «Programmato per la certezza piuttosto che per il mistero, ChatGPT è inadeguato a sostenere la mia ricerca della verità». Imparare a trattenere le domande, quindi, è un atto profondamente educativo che ci aiuta anche ad alimentare la fede.