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Poche tecnologie sono entrate nelle abitudini delle persone con la rapidità e la capillarità dei chatbot di intelligenza artificiale, i software disponibili anche gratuitamente che permettono di porre domande su qualsiasi cosa e ottenere risposte nel giro di pochi secondi. Il più diffuso, ChatGPT, viene usato quotidianamente da milioni di persone nel mondo per richieste che vanno dalla programmazione informatica alle ricette di torte, e anche in Italia è diventato uno strumento utilizzato con assiduità ormai da persone di qualunque tipo e di ogni età, anche quelle che fino a pochi mesi fa non avevano nessuna famigliarità con strumenti di questo tipo.

L’evoluzione di questi programmi è costante e rincorre in molti casi l’emergere di limiti e criticità nel modo in cui sono sviluppati. I chatbot sono programmati per imitare gli esseri umani, ma solo in parte: usano un tono amichevole e simulano l’empatia umana, ma a differenza delle persone non sono mai infastiditi o imbarazzati; a meno che non siano programmati in altro modo (ne esistono versioni create per essere saccenti, sarcastiche o scontrose), si scusano se sbagliano e tendono a non dire mai di no. Lo fanno senza interrompere chi parla, e soprattutto senza far sentire giudicato chi li interpella.