L'azzurro supera Brooksby in tre set e vola agli ottavi aggrappandosi alla «bolla» del tennis. Insieme a lui avanza una super pattuglia italiana, da Berrettini a Paolini
Chi cerca, trova. «Un piccolo passo avanti c’è stato» dice il migliore. La costruzione di un trionfo Slam, d’altronde, è fatta di mattoni impilati uno sopra l’altro: magari non hanno tutti la stessa qualità di argilla, ma l’importante è che siano robusti al punto da reggere l’edificio. I tre set di Jannik Sinner con l’americano Jenson Brooksby al terzo turno di Wimbledon sono una buona notizia. Calano gli ace («solo» 13), però la battuta è sempre affilata se la percentuale di punti fatti sulla prima rimane sopra la media (87%). È il servizio a togliere d’impaccio l’azzurro negli snodi della partita, che al netto dell’eccellente game in risposta con cui Brooksby ricuce lo strappo del terzo set non ha sussulti. «Sto provando ad alzare il livello sotto tutti gli aspetti — spiega il titolare della Sinner Corporation —, uno scatto c’è stato: la strada è abbastanza giusta».
Dentro quell’abbastanza c’è tutto il nuovo Jannik alla ricerca di se stesso dopo il malore di Parigi: sono passati trentasei giorni eppure il fantasma di quel drammatico 28 maggio è seduto a gambe accavallate in prima fila sul centrale. Jannik lo guarda negli occhi ogni volta che esce per il toilet break, si cambia la maglia con inedita frequenza, sente alzarsi i battiti in cima a uno scambio duro. Ci pensi ancora, ragazzo d’oro? «Se si pensa sempre al passato non si va avanti» risponde con il solito pragmatismo. I campioni vivono nel presente, non perdono tempo a cullare i ricordi, sennò Sinner e Alcaraz non avrebbero mai sostituito i coach con cui sono cresciuti. Il numero uno si fa serio: «Sono tranquillo. Gioco tranquillo. Certo, può risuccedere. Più di così, in campo e fuori, non posso fare». A livello di prevenzione, si è pensato al pensabile.











