Ma quale «regalo», risparmiati più di 100 milioni Itre argomenti che smontano la tesi della sinistra Le opposizioni ribaltano la realtà sul risarcimento alla Jc Electronics per le mascherine non pagat e. Pasticcio giallorosso
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Raccontare una storia è assai diverso dal riportare i fatti per come sono andati davvero. E quello che le opposizioni stanno portando avanti in questi giorni sul caso del risarcimento da 100 milioni alla società Jc Eletronic è esattamente questo: un racconto messo in piedi per tentare di coprire le evidenti difficoltà in cui la sinistra si trova dopo le ultime vicende emerse in commissione Covid. Così, non riuscendo a mettere toppe ai troppi buchi aperti nella loro narrazione, cercano di ribaltare le cose, provando a spacciare per un «regalo al grande accusatore di Conte» quello che in realtà è stato un risparmio notevole per le casse dello Stato. Giunto dopo un danno che, è bene ribadirlo, è stato compiuto al tempo della pandemia, quando al governo non c’era certo il centrodestra. Intanto facciamo un po’ di chiarezza e riassumiamo la vicenda per come è andata davvero, tra sviste, pasticci e una certa dose di negligenza.
Partendo da una sentenza: il Tribunale di Roma ha condannato la Presidenza del Consiglio e il ministero della Salute a risarcire con circa 250 milioni di euro (interessi di mora compresi) la società Jc Electronics, fornitore di mascherine incaricato dal Dipartimento della Protezione Civile all’inizio della pandemia. Torniamo ora al principio, per capire da dove origina questo disastro. Nel marzo 2020, in piena pandemia, la Presidenza del Consiglio e il Dipartimento Protezione Civile affidano all’azienda la fornitura di almeno 10 milioni di mascherine con una lettera di commessa e, alla fine dello stesso mese, arriva il primo stock di dpi. Succede però che poco dopo viene insediata la nuova struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, a cui vengono trasferiti tutti i contratti precedenti, compreso quello della Jc Electronics, che intanto aveva continuato ad importare mascherine già validate dall’Inail secondo una procedura in deroga stabilita ad hoc. Ma le fatture improvvisamente avrebbero smesso di essere saldate, e il 26 giugno, con la motivazione che i dispositivi non avrebbero ottenuto l’autorizzazione né dell’Inail né del Cts, la struttura ne avrebbe chiesto il ritiro senza alcun compenso.










