Denunciati per un’azione simbolica di disobbedienza civile compiuta nel settembre 2023, quando si erano incatenati a uno degli ingressi della raffineria Eni di Sannazzaro de’ Burgondi, quattro attivisti devono rispondere di violenza privata, invasione di terreni ed edifici e imbrattamento e, per alcuni di loro, erano stati emessi fogli di via obbligatori dal comune di Sannazzaro. La sentenza del processo è stata rimandata al 18 novembre in quanto attivo un percorso di giustizia riparativa che vedrà un confronto tra l’azienda e gli attivisti di Fridays For Future Pavia, movimento confluito da poche settimane nel Bargniff, nuovo gruppo che tratta sempre della crisi climatica. "In questo periodo storico il dissenso è sotto attacco - spiega Laura, imputata -: Nostro compito è difenderlo anche nelle aule di tribunale. Se nel mirino è un’azione come la nostra, in futuro potrebbero esserlo i tanti picchetti sindacali che anche a Sannazzaro si sono tenuti per le condizioni di lavoro".
Nell’ultima udienza sono stati sentiti come testimoni il giornalista d’inchiesta Andrea Turco dell’associazione ASud e il consigliere nazionale di Legambiente Patrizio Dolcini, che hanno riferito i motivi della protesta. "La raffineria oggi segue un processo di transizione in bioraffineria che sappiamo essere insufficiente ma al contempo effetto diretto delle tante mobilitazioni per la giustizia climatica - aggiunge Bjork, imputata -. La bioraffineria stessa è di fatto una strategia per delocalizzare i danni". "La crisi climatica è oggi una realtà - conclude Pietro, imputato -. In queste settimane gli effetti delle scelte delle aziende fossili hanno causato centinaia di morti in Europa per le ondate di calore e giganteschi danni. Non è ideologia: è ciò che stiamo vivendo tutti e sappiamo di chi è la colpa". M.M.









