Alcuni manifestanti vennero ammanettati e costretti a inginocchiarsi. Ogni forma di protesta venne bloccata anche con l’uso di manganelli. Altri attivisti, in quei concitati momenti, tentarono di contattare gli avvocati con messaggi e chiamate. Invano. Perché i telefonini finirono sotto sequestro insieme ai documenti di identità. E, una volta accompagnati in questura, un folto gruppo sarebbe stato collocato nelle celle di sicurezza. Per circa tre ore. Senza poter avere contatti con familiari o avvocati.
In sintesi, fu questo il racconto su quando accaduto durante e dopo una manifestazione del 9 dicembre 2017 contro la realizzazione del gasdotto Tap sulla costa di Melendugno, messo nero su bianco da 36 manifestanti in un esposto in cui si ipotizzavano i reati di violenza privata, abuso d’ufficio a carico dei pubblici ufficiali depositato dagli avvocati Francesco Calabro e Giuseppe Milli. Quasi nove anni dopo, il fascicolo, rimasto sempre a carico di ignoti e finito sulla scrivania del procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, nel frattempo andato in pensione, è stato archiviato perché i reati sono andati prescritti.
Nonostante i vari solleciti degli avvocati, in questi anni, perché non si sarebbe mai proceduto con l’identificazione dei responsabili del servizio di quell’operazione. L’esposto era dettagliato e circostanziato e ricostruiva con dovizia di particolari quel pomeriggio quando sul lungomare Matteotti di San Foca sfilarono i manifestanti. Una parte, a piccoli gruppi, si addentrò nelle campagne di San Basilio ai margini della cosiddetta “zona rossa”: qui venne inscenata una protesta contro la realizzazione dell’opera intonando cori di protesta. Manifestato il proprio dissenso, il gruppetto venne intercettato da alcuni equipaggi di polizia, schierati in tenuta antisommossa, muniti di scudi e di manganelli.






