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L'intervista
di Laura Distefano
04 Luglio 2026, 04:58
«La filosofia del teorema che la mafia non sparava più è stata smentita dai fatti. Una suggestione scritta sull’acqua. Ciclicamente la criminalità organizzata ha necessità di emergere dopo un periodo di sommersione. Questo è quello che sta accadendo, con il pericoloso fenomeno dell’emulazione». L’analisi, lucida e senza fronzoli, è del presidente dell’Antimafia Regionale, Antonello Cracolici, che lunedì sarà a Catania assieme agli altri componenti della Commissione per avere un quadro completo dello stato di tensione che si vive in città, dove fino a ieri notte si è tornato a sparare. «Il mio intento è quello di dare un segnale di attenzione istituzionale. Ormai è chiaro che a Catania, così come a Palermo, si sta assistendo a un reclutamento di manovalanza di giovanissimi che in sfregio alla storia vissuta da questa terra ambiscono a far parte della criminalità organizzata. Un dato che certamente mi preoccupa ma di cui dobbiamo prendere atto. Perché solo con la consapevolezza si possono mettere in moto delle azioni di contrasto incisive». Misure dure e sistemiche. Per contrastare questa dilagante malattia valoriale non basta più «l’inasprimento delle pene». Al “modello Di Bella” sulla creazione di alternative e scelte ai ragazzi bisogna associare interventi preventivi forti. Il carcere, per alcuni, non è sentito più come una punizione ma quasi come un traguardo nella scalata criminale. «Il carcere è diventato un groviera. Se ogni giorno si fanno perquisizioni nelle carceri si trovano telefonini. Che poi sono nelle mani non dei boss e degli affiliati di vertice, ma dei soldati e della manovalanza. Il carcere deve tornare ad essere luogo di isolamento, solo così ritornerà ad essere lo strumento di rieducazione».









