Poveri ghiacciai, poveri noi. Con la complicità delle ondate di calore che stiamo sperimentando questa estate e in una situazione di zero termico altissimo, che oscilla fra i 4500 e i 5000 metri, le preziose riserve di ghiaccio alpine sono sempre più in difficoltà. A quattro anni esatti dal terribile distacco del seracco sulla Marmolada, legato a un'azione congiunta del calore penetrato in profondità, dell’acqua liberata dalla fusione della massa glaciale e delle crepe (come certifica uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters), la fotografia attuale dei ghiacciai, tra luci e ombre, non sembra cambiare: la maggior parte dei giganti bianchi arretrano e fra questi, come ha ricordato di recente la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, alcuni come il Careser, oppure quelli delle Zirocole, Fontana Bianca e Canon sulle Alpi orientali, danno sempre più segnali di avvicinarsi alla scomparsa entro il 2050.

Marmolada, un anno dopo: il documentario

In questo contesto, impressionano poi le recenti immagini della vetta del Cervino dove scorrono cascate d’acqua oppure quelle che mostrano una grande faccia triste, come fosse un emoticon, disegnata sul ghiacciaio del Presena, appena ricoperto da teli geotessili per provare a conservarlo. Accanto a quella faccina, la scritta “morte sicura”, una sorta di monito per l’inazione - legata alla crisi climatica - che continua a caratterizzare una politica oggi lontana dalle azioni necessarie per arginare il riscaldamento globale, in primis l’uscita dai combustibili fossili.