Spese militari al 7,5% del PIL

Domenico Letizia

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I dati macroeconomici più recenti delineano con chiarezza la complessa traiettoria di isolamento e stagnazione in cui è scivolata la Federazione Russa. Sberbank, il principale istituto di credito del Paese, ha ridotto le stime di crescita per l’anno in corso ad appena lo 0,5-1%, a fronte di un’inflazione strutturale che viaggia spedita verso la soglia del 6-6,5%. Questo rallentamento strutturale si manifesta nonostante le fiammate del prezzo del greggio sui mercati energetici globali, confermando come l’iper-attivismo bellico stia logorando il tessuto economico interno. Se nel 2021, alla vigilia della massiccia invasione dell’Ucraina, la spesa destinata alla Difesa da parte di Mosca ammontava a circa 65 miliardi di dollari (pari al 3,6% del PIL), le stime internazionali indicano che la quota destinata al comparto militare ha ormai raggiunto i 190 miliardi di dollari, assorbendo un drammatico 7,5% del PIL complessivo. Eppure, a fronte di questo colossale sforzo finanziario, quello che un tempo veniva celebrato propagandisticamente come il secondo esercito convenzionale del pianeta appare da quattro anni sostanzialmente impantanato nelle linee fortificate del Donbass, registrando progressi territoriali minimi e pagati a carissimo prezzo.