<p>Per oltre tre anni il Cremlino ha indicato la forza della tenuta dell’economia come la prova che le sanzioni occidentali, isolamento finanziario e costi del conflitto<strong> non erano riusciti a piegare la Russia</strong>.

La crescita del pil, sostenuta dalla spesa militare e dalla riconversione industriale, sembrava confermare questa narrativa.

Oggi, però, i principali indicatori macroeconomici raccontano <strong>una storia diversa</strong>.

Il ritmo dell’espansione rallenta, il credito resta costoso, gli investimenti privati perdono slancio e <strong>la fiducia delle famiglie inizia a deteriorarsi</strong>. </p> <p> </p> <p>Il segnale più evidente arriva dallo stesso governo.

Mosca ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del prodotto interno lordo: per il 2026 <strong>l’espansione attesa è stata ridotta dall’1,3% allo 0,4%</strong>, mentre per il 2027 la previsione è scesa dal 2,8% all'1,4%.