Una dimostrazione plastica della forza e della resilienza della Repubblica Islamica agli iraniani e al mondo. Ma anche l'occasione per la sua nuova leadership di consolidare le alleanze internazionali. E, perché no, per mettere un dito nell'occhio dell'arcinemico americano occupando il palcoscenico globale proprio nel giorno in cui Washington celebra i 250 anni della sua indipendenza. Tutto questo è il funerale dell'Ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema dell'Iran uccisa in un raid all'inizio della guerra con Usa e Israele. Un'imponente processione di sette giorni che attirerà fino a 20 milioni di persone e attraverserà il cuore dell'universo sciita tra Iran e Iraq per concludersi il 9 luglio nella città santa di Mashhad. Una prova di forza su cui aleggia la grande incognita: se la nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, mostrerà o meno il suo volto al funerale del padre. Nella coreografia della cerimonia nulla è a caso. Nel primo giorno di camera ardente, con l'omaggio delle delegazioni straniere, la bara di Khamenei è stata esposta nella Grande Moschea di Teheran con quelle dei quattro familiari uccisi nello stesso raid, tra cui la nipotina di 14 mesi e la moglie del figlio Mojtaba. Le cinque bare ricoperte dalla bandiera iraniana, la foto della bimba accanto a quella più piccola. Grandi ritratti dell'ayatollah Khamenei alle pareti, assieme a bandiere nere (in segno di lutto) e rosse (simbolo di martirio e vendetta). L'Ayatollah personificato dal suo turbante, appoggiato sul feretro.