A Teheran sono cominciate oggi le esequie di Ali Khamenei, il secondo leader supremo della Repubblica Islamica dopo il fondatore Khomeini. È morto il 28 febbraio, assassinato in un raid aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, l’attacco che ha aperto il conflitto. Il funerale è diventato un manifesto di potere e sopravvivenza: aver retto all’urto di due grandi potenze militari ed esserne usciti, almeno nella regione, più forti di prima.
LE CIFRE DIFFUSE da Teheran: tra i 15 e i 20 milioni di persone attese nei sette giorni di cerimonie. Alcune fonti iraniane si spingono fino a 35 milioni. Il feretro di Khamenei, affiancato da quelli della figlia, del genero, della nuora e di una nipote di tre anni, morti insieme a lui, è stato esposto al Mosalla, la grande moschea di Teheran. Poi il lungo percorso: Qom, le città sciite irachene di Najaf e Karbala, infine la sepoltura di giovedì a Mashhad. Teheran ha invitato delegazioni da oltre cento paesi, capi di Stato e di governo di Pakistan, Tagikistan, Armenia, Bangladesh, escludendo però deliberatamente i governi europei che avevano sostenuto, all’occhio di Teheran, la campagna militare di Washington e Gerusalemme.
SU TUTTO PESA un’assenza. Mojtaba Khamenei, il figlio nominato successore poche settimane dopo la morte del padre, non si è mai mostrato in pubblico da allora. Anche lui fu gravemente ferito nel raid del 28 febbraio, che gli costò la moglie, la figlia di appena 14 mesi, la sorella, il cognato e una nipote di tre anni. Fonti vicine al governo parlano di ragioni di sicurezza più che di salute, le autorità assicurano che si sia ristabilito, nessuno esclude una sua comparsa a sorpresa in una delle prossime tappe del rito funebre.












