Centotrentadue giorni dopo il suo assassinio, il 28 febbraio, il feretro di Ali Khamenei ha raggiunto Mashhad. Una fila umana interminabile ha accompagnato la Guida suprema dell’Iran fino al santuario dell’imam Reza, il luogo più sacro dello sciismo iraniano, dove è stato sepolto. Sette giorni di lutto nazionale, processioni imponenti, centinaia di delegazioni ufficiali e civili arrivate dall’estero: il corpo di Khamenei è stato portato anche a Najaf e Karbala, in Iraq, i due poli sacri dello sciismo mondiale, a sigillare simbolicamente l’unità del popolo musulmano sciita attorno alla figura del leader, ormai elevato a martire.
LA SEPOLTURA è avvenuta poche ore dopo che il presidente americano dichiarava superato il memorandum d’intesa con Teheran e ordinava nuovi attacchi contro le città iraniane sul Golfo Persico. Khamenei e quattro membri della sua famiglia erano stati uccisi il 28 febbraio in un attacco congiunto israelo-americano contro la loro residenza a Teheran, proprio mentre le delegazioni di Teheran e Washington negoziavano.
Ai funerali hanno partecipato milioni di persone, visibilmente commosse – al punto da far vacillare l’idea, diffusa in Occidente, di un’opposizione maggioritaria. «I numeri non mentono. I cori, i colori, le lacrime, il petto battuto: funziona, ed è esattamente l’effetto che il potere cerca», dice il professor Mehran Akrami (non è il suo vero nome, per motivi di sicurezza), che ha insegnato per anni nelle università iraniane. «Quella folla è, in un modo o nell’altro, l’esercito dei fedeli al sistema: per lo più gente comune, negarlo sarebbe ingenuo.»














