La riforma elettorale in discussione in Parlamento qualifica la cultura politica conservatrice e riformista del governo su uno dei dossier più tecnici e tradizionalmente tra i meno appassionanti per gli elettori. Dopo interventi di largo respiro, riforme moderate, attenzione a mantenere i conti in ordine, i mercati favorevoli e rispettare i vincoli di Bruxelles, questo intervento cambia prospettiva e apre un nuovo orizzonte alla destra italiana. Sarà vera gloria?
Il dibattito sulla riforma imperversa sul tema delle liste bloccate, introdotte dalla legge Calderoli del 2005 (Porcellum), mantenute dalla riforma del 2015 (Italicum) per i soli Capolista e dalla riforma del 2017 (Rosatellum) per la quota del proporzionale. Molto più delle formule elettorali, che salvaguardano da inciuci e governi tecnici, il nodo centrale per le opposizioni e all’interno della maggioranza è la distorsione dei risultati elettorali e l’esautoramento del potere di scelta degli elettori, a causa dell’indicazione dei candidati e il loro posizionamento nelle liste riservato alle Segreterie di partito. I sostenitori delle liste bloccate esprimono l’esigenza dei partiti di controllare i fenomeni di selezione avversa a livello locale, che spesso alimenta personale politico inadeguato, impreparato, refrattario al rinnovamento e propenso ad emarginare competenze e capacità, a favore di coorti di arrivisti e circoli clientelari. D’altra parte, i critici attribuiscono alle liste bloccate una quota significativa dei mali del Parlamento, la persistenza di processi di selezione basata su criteri di fedeltà, piuttosto che di merito e competenza, ribaltando l’argomento della selezione avversa. Per quanto pruriginoso e molto giornalistico, il tema è un sintomo di una crisi ben più ampia.







