Che Paese stiamo diventando? Sguazziamo nelle fogne. Ci crogioliamo nei miasmi. La cloaca non corre più in sotterranea. La attraversiamo. È il passaggio obbligato della nostra quotidianità. Non è solo questione di social. Che in definitiva sono mezzi, governati dalla dittatura degli algoritmi che premiano la narcisistica esibizione del peggio. Ha avuto ragione Giorgia Meloni a reagire agli hater scatenatisi sulla vicenda che ha colpito la ministra Eugenia Roccella. Neanche il tabù della morte ferma il livore via clic. Non ha risparmiato dall’onda omofoba Mirko Moriconi e sua madre. E l’uccisione del piazzaiolo di Reggio Emilia Raffaele Stipa non ci ha salvato dall’ennesimo gratuito “dagli al nero” di marca leghista. Ecco perché non basta indignarsi. Ci si dovrebbe chiedere se non ci sia una responsabilità nell’imbarbarimento che ha colpito il ceto politico. In una polarizzazione di rancore che coinvolge anche chi per lavoro segue le vicende di partiti e leader.In definitiva gli odiatori parlano come i politici. Che parlano come gli odiatori. Con giornali e tivù che scrivono, titolano e discutono come odiatori e politici. Una foto in costume da bagno della sindaca di Genova Silvia Salis autorizza quell’obliquo ammiccamento sessista tipico dei discorsi tra maschi acidi. Tra bettole e redazioni si dice al pubblico pagante quel che in fondo lui stesso dice già. Nella stessa lingua che usa e comprende. L’unica che ha. Sui media si specchia quel tipo di Paese. Che si vede legittimato dall’uso di parole intrise di furore vendicativo pronte a travalicare il limite dell’abuso. Omofobia, sessismo, machismo, razzismo. E via con il rosario degli ismi. Rapida galleria dei penultimi orrori. 18 maggio, Dario Chinnici, consigliere comunale di Palermo area centrodestra, per stigmatizzare i cambi di casacca di un’avversaria – Giulia Argiroffi, Controcorrente – non trova di meglio che darle della «donna di tutti». 7 giugno, Francesco Silvestro, senatore forzista, denunciato per violenza sessuale da un’imprenditrice del vino, la butta sul machismo negazionista: «Modestamente io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale». Francesco Silvestri, deputato 5S, 11 giugno, evoca le «ginocchiere» per dire dell’atteggiamento di eccessiva accondiscendenza del primo tempo tra Meloni e Trump. E la premier, in un curioso riflesso, a rottura consumatasi, torna proprio a quella metafora nel secondo tempo. Per negare di essersi mai «inginocchiata» davanti a Trump. Al leghista Rossano Sasso, 22 giugno, piace parlare di citofoni – evidentemente una costante da quelle parti. Per dire della massiccia presenza di migranti, ricorre alla pulsantiera condominiale in cui spiccano più Omar che Marie. Il vannacciano Stefano Valdegamberi, consigliere regionale Veneto, intima al consigliere comunale di Verona Yassin Chaibi di tornarsene a casa sua (maggio) e poi rivendica di poter argomentare sulla somatica dell’italianità.Siamo un Paese che ha smarrito il senso. E anche un po’ il senno. Rappresentato da gente indifferente all’idea che il discorso pubblico debba essere improntato alla civiltà e a una qualche forma di compostezza. Questione di selezione di classe dirigente, certo. Di rappresentanza. Che per mero calcolo – e talvolta identificazione – al ventre molle dell’elettorato e del lettorato non volta le spalle. Lo tollera, lo blandisce. Lo imita e lo legittima. Tra chi blatera e chi applaude nessun grado di separazione. Un andirivieni. Senza neppure turarsi il naso. Perché al lezzo abbiamo fatto l’abitudine.