<p>Apparirebbe senza dubbio inconcepibile, se non conoscessimo i mutamenti avvenuti negli ultimi anni nella società e nella politica americane, il fatto che il Paese della prima legislazione anti-monopolistica, lo Sherman Act del 1893, e delle prime legislazioni anti-insider trading, non abbia pensato negli anni più recenti a<strong> disciplinare il conflitto di interess</strong>e che possa riguardare, in particolare, gli<strong> investimenti in borsa</strong> e in generale le <strong>operazioni finanziarie</strong>, compiuti da componenti dell’amministrazione e dal Capo dello Stato. </p> <p>Gli oltre <strong>2,2 miliardi di dollari </strong>che avrebbe percepito, per lo scorso anno, <strong>Donald Trump </strong>con la sua famiglia allargata per operazioni finanziarie e, in special modo, per investimenti in criptovalute, portano subito alla luce la posizione di vantaggio economico che ha la carica ricoperta.

Ed è debole la risposta data dal tycoon a chi gli contesta <strong>potenziali conflitti d’interesse</strong>, sostenendo che egli ha guadagnato come tutti gli altri che hanno investito: come se tutti gli altri fossero l’intera America e non una ultra ristretta schiera di persone ricche ed esperte.