Negli Stati Uniti c’è una legge penale federale, approvata nel 1962 sotto la presidenza di J.F. Kennedy, che proibisce a qualsiasi dipendente del ramo esecutivo americano di partecipare “personalmente e in modo sostanziale” a una decisione ufficiale in cui lui stesso – o il coniuge, i figli minorenni o l’azienda di cui è dirigente – abbia un interesse finanziario. Il testo si applica a ogni dipendente federale esecutivo, con due eccezioni: il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti. Sottoporre le due figure alla regola dell’astensione, secondo un’opinione ormai consolidata negli anni del dipartimento di Giustizia, paralizzerebbe lo stesso presidente, visto che decide su tutto.Si creò così un patto sociale: i presidenti capirono che esercitare l’eccezione avrebbe distrutto la fiducia nelle istituzioni. Da Lyndon Johnson in poi, i presidenti hanno scelto volontariamente di comportarsi come se la legge li riguardasse: chi attraverso un blind trust o un fiduciario incaricato di gestire le proprie attività (Carter e la coltivazione di arachidi di famiglia; Reagan; entrambi i Bush e Clinton), oppure solo Treasury bond e fondi indicizzati (Obama e Biden, per esempio). Così fino a poco tempo fa il problema di insider trading dei presidenti degli Stati Uniti non si è quasi mai presentato. Solo lo Stock Act del 2012, voluto dal Congresso dopo alcuni scandali dei parlamentari, ha aggiunto un obbligo di trasparenza (dichiarare le operazioni entro 45 giorni), ma comunque non un divieto.Senza parlar per frasi fatte, è chiaro che a volte basta dare un dito perché qualcuno si prenda la mano. Ecco, questo è il caso di Donald Trump quando si tratta del suo ruolo alla Casa Bianca e dei suoi interessi finanziari. Il 14 maggio l’ufficio etico federale ha pubblicato 113 pagine di operazioni borsistiche eseguite sui conti del presidente fra gennaio e marzo: quasi 3.700 transazioni (una operazione ogni sette minuti di seduta) tra i 220 e 750 milioni di dollari. Secondo il Wall Street Journal, sono circa dieci volte i trimestri precedenti. La Trump Organization, che gestisce le risorse del presidente, ha risposto che i conti sono gestiti da istituzioni finanziarie terze, senza input di Trump o della sua famiglia.Ma i numeri, in questo caso, son solo metà della notizia; l’altra è il calendario e non solo perché il presidente compra e poi parla. Ma anche perché c’è chi compra perché sa, prima del resto del mondo, cosa il presidente sta per dire. Un’analisi pubblicata ieri da The Conversation ha esaminato 1.341 post di Donald Trump su Truth Social tra gennaio e aprile 2026. In 15 casi, soprattutto quelli legati al settore petrolifero, i mercati hanno mostrato movimenti anomali minuti prima della pubblicazione, e secondo questa inchiesta la probabilità che si tratti di coincidenze è stimata in 1 su un miliardo. Un esempio concreto riguarda il 7 aprile: circa 20 minuti prima che Trump annunciasse “negoziati di pace produttivi” con l’Iran e l’apertura dello Stretto di Hormuz, si sono registrate vendite massicce di petrolio con un calo del prezzo. Nelle ore precedenti erano stati piazzati tra 920 milioni e 1 miliardo di dollari su scommesse al ribasso. Secondo lo studio, un solo trader che avesse anticipato tutti i post sul petrolio avrebbe potuto realizzare guadagni tra 96 e 192 milioni di dollari. La Cftc, l’agenzia federale che regolamenta e supervisiona i mercati dei derivati finanziari, sta indagando su due episodi specifici del 23 marzo e del 7 aprile 2026. Per Abc News, le operazioni al vaglio tra Cftc e dipartimento di Giustizia sono quattro, tutte su futures petroliferi per oltre 2,6 miliardi di dollari, piazzate prima di annunci di Trump o di comunicazioni iraniane che avevano fatto scendere il greggio. A oggi non c’è nessuna incriminazione. Ma il gioco politico è chiaro, e basta riavvolgere il film della presidenza: 9 aprile 2025, una settimana dopo il crollo seguito dal Liberation Day. Alle 9:37 di mattina, ora locale, Trump scrisse: “E’ un gran momento per comprare!!! DJT” ; poche ore dopo avrebbe annunciato la pausa dei dazi. L’S&P 500 chiuse a +9,5 per cento, il Nasdaq +12,2. La finestra buona era quella prima del post, e poi dell’annuncio: sarebbe valsa bei soldi. Ma in inglese si dice: correlation is not causation. Finché, almeno, non verrà dimostrato il contrario.