Per decenni è rimasta sepolta sotto la retorica dello sviluppo dell’Amazzonia: strade, allevamenti, terre da conquistare, capitali stranieri chiamati a “civilizzare” la foresta.

Ora quella storia è tornata a galla in un’aula di tribunale: Volkswagen do Brasil, filiale brasiliana del marchio tedesco, è stata condannata al pagamento di due milioni di reais di risarcimento a tre ex lavoratori agricoli reclutati nel Pará con la promessa di un salario e finiti invece, secondo la sentenza, in un sistema di debiti, coercizione e violenza nella Fazenda Vale do Rio Cristalino, la grande proprietà rurale della casa automobilistica tedesca a Santana do Araguaia, nel sud dello Stato amazzonico.

Nella sentenza si afferma che tra il 1974 e il 1986 i lavoratori furono sottoposti a «condizioni assimilabili alla schiavitù».

La difesa della Volkswagen aveva sostenuto che i fatti fossero prescritti e che le assunzioni fossero state esternalizzate ai cosiddetti gatos, gli intermediari che reclutavano la manodopera.

Il tribunale ha però respinto entrambe le tesi, sostenendo che il caso riguarda violazioni dei diritti umani imprescrittibili e che l’azienda non può sottrarsi alla responsabilità per le condizioni in cui quel lavoro veniva svolto.