Le tutele offerte dai sindacati ai lavoratori del gruppo Volkswagen ruotano attorno a due pilastri: la garanzia contrattuale contro i licenziamenti e la suddivisione della rappresentanza tra i diversi marchi del gruppo. Lo hanno ribadito i rappresentanti di Ig Metall in un comunicato di domande e risposte diffuso l’1 luglio ai lavoratori. Come spiegano fonti sindacali a La Stampa, l’accordo siglato nel 2025 è blindato ed esclude ulteriori licenziamenti fino al 2030, prevede invece accordi sociali per 50mila dipendenti, una platea che comprende anche i lavoratori di Audi e Porsche. È questa impalcatura contrattuale, insieme a una legge degli anni ‘60 – detta legge VW-Gesetz sulle cessioni di quote azionarie - a rendere poco plausibile, secondo i rappresentanti dei lavoratori tedeschi, la cifra di 100mila esuberi circolata nei giorni scorsi senza un confronto preventivo con le parti sociali.

Cosa prevede la legge VW Il nome è un termine. Il suo titolo ufficiale è «Legge sul trasferimento delle partecipazioni azionarie di Volkswagenwerk Gesellschaft mit beschränkter Haftung a privati» e risale al periodo in cui Volkswagen si quotò in Borsa nel 1960. Secondo la legge VW, spiegano i sindacati, il nome colloquiale della normativa sul trasferimento delle azioni Volkswagen AG a privati risalente alla quotazione in borsa del 1960, stabilisce che gli stabilimenti direttamente controllati da Volkswagen AG possano chiudere solo con una maggioranza dei due terzi nel Consiglio di Sorveglianza, pari a 14 seggi su 20. La tutela riguarda i sei siti della Germania Ovest, esclude Osnabrück (GmbH) e non copre ancora i tre stabilimenti sassoni - Zwickau, Chemnitz e Dresda - finché Volkswagen Sachsen GmbH non si fonderà con la capogruppo, fusione prevista tra 2026 e 2027 ma in ritardo. Daniela Cavallo ha ribadito che «le nostre tre sedi sassoni di Zwickau, Chemnitz e Dresda sono una parte indispensabile di Volkswagen». La legge riconosce inoltre un diritto di veto alla Bassa Sassonia, che detiene il 20% dei voti, mentre le decisioni strategiche richiedono una «maggioranza superiore ai quattro quinti». Ogni tentativo politico di scardinare la norma, incluso quello UE del 2013, è finora fallito. Le ipotesi di spezzatino e gli stabilimenti Per comprendere la portata di queste tutele occorre inquadrare la struttura societaria che le rende possibili. Oggi Volkswagen non è soltanto un marchio automobilistico, ma anche la holding che detiene l’intero gruppo, comprendendo al suo interno gli stabilimenti e le fabbriche del marchio stesso. Tra le ipotesi allo studio per la ristrutturazione vi sarebbe uno scorporo che non configurerebbe una cessione, bensì la creazione di una Volkswagen Spa autonoma, una società che oggi non esiste come entità separata. In pratica, il marchio Volkswagen uscirebbe dal ruolo di “madre” del gruppo per diventare un’azienda a sé stante, con i propri stabilimenti scorporati dalla holding.Questa architettura societaria si inserisce in un più ampio piano di dismissioni trapelato nei giorni scorsi. Secondo un’indiscrezione rivelata dal Financial Times lunedì , Volkswagen starebbe valutando anche la cessione o la quotazione in Borsa di Ducati e Lamborghini. In più, il piano prevede il taglio di centomila posti di lavoro sui 657mila dipendenti globali del gruppo e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania: Hannover, Zwickau, Emden e quello di Audi a Neckarsulm.