VENEZIA - «Ti mando in galera, ti ammazzo. Sono io che comando qui e non me ne vado: devi pagarmi». Poi un assalto feroce: un paio di manrovesci, graffi sul viso, il collo stretto in una morsa. L’episodio raccontato nelle carte del tribunale di Venezia è uno solo, ma in quel singolo scontro si spiega una guerra domestica abituale, che è proseguita almeno dal giugno del 2020. Un caso di maltrattamenti in famiglia, marito e moglie di origini marocchine battagliavano per i soldi, per il mantenimento della figlia, per tradimenti veri o presunti; ad alzare le mani, ad aggredire l’altro, però, era la donna: classe 1987, di sette anni più giovane di lui, lo insultava, minacciava e picchiava, anche davanti ai suoi clienti.
Poi, quando l’uomo ha deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine, la 39enne ha cercato di rovesciare i ruoli: ha detto di essere lei quella terrorizzata, offesa, scacciata da casa; ha accusato il marito di costringerla a portare il velo, di farla vivere in un clima di paura e prevaricazione, ha messo tutto nero su bianco e ha sporto denuncia. Peccato che quel famoso litigio furibondo a sberle e strangolamenti sia andato in scena all’interno di uno dei due saloni da parrucchiere che l’uomo gestisce nella terraferma veneziana, a Mestre, locali attrezzati con un impianto di videosorveglianza interno - non tanto per incastrare eventuali ladri ma proprio per documentare i blitz della moglie violenta. Convivenza impossibile La coppia ormai spezzata non è nuova alle aule di tribunale: lui in passato era stato chiamato a rispondere di maltrattamenti e violenza sessuale nei confronti di lei (assolto per la prima accusa, condannato per la seconda). La donna, invece, ha una diagnosi certificata di gelosia patologica, condizione che la rende spesso aggressiva. Ieri, però, il procedimento era tutto contro di lei: la sua querela del 2020 si è infatti capovolta e lei, oltre al reato di maltrattamenti, era accusata anche di calunnie, proprio per aver denunciato il falso contro il marito. Il 46enne si è costituito parte civile contro l’ex moglie, lo assiste l’avvocato Marco Borella. Lei sosteneva che, durante la separazione, l’uomo le urlasse contro promesse tremende: «Se non lasci l’appartamento ti cospargo di benzina, ti do fuoco e ti taglio la testa»; poi ha raccontato la sua versione della baruffa nel salone, dicendo di aver chiesto soldi per la figlia minorenne e, per tutta risposta, di essere stata offesa e minacciata. Le riprese di quel giorno e le testimonianze dei presenti, però, tratteggiano un quadro del tutto opposto: «Sei un figlio di..., te la spassi facendo la bella vita - aveva strillato lei appena entrata dalla porta del locale - Ti faccio chiudere il negozio, ti faccio finire in galera. Vai sempre a donne, te la faccio vedere io: se non ti mando in galera non sono una donna, devi pagarmi». E ancora: «Tra poco ti chiudo il negozio, ti ammazzo». Poi le botte, i graffi, le mani sul collo. Ascoltata in aula - dove si è presentata con il capo coperto dal chador, anche se è ormai separata - la 39enne ha insistito con la sua versione dei fatti, convinta che fosse supportata anche da alcune donne chiamate a testimoniare a suo favore. In realtà le altre signore hanno finito per confermare solo la sua gelosia senza limiti: erano frequentatrici del salone dell’ex marito, dove portavano i bambini per il taglio dei capelli, e in diverse occasioni erano state aggredite dall’accusata che era sicura fossero invece le amanti del suo compagno dell’epoca. La questione è rinviata a novembre, quando è convocata un’altra udienza davanti al giudice.






