Museum für Gegenwart, «Museo per il presente» – era il 1996 quando alla Hamburger Bahnhof, vecchia stazione ferroviaria di Berlino dismessa per il traffico dei passeggeri ancora prima che finisse il diciannovesimo secolo, fu affidato questo ruolo impegnativo, quasi un ossimoro. Come può un museo intitolarsi al presente, che già è svanito nel momento in cui cominci a pensarlo? E conservarlo, poi, figuriamoci.
EPPURE, anche se le guerre nella ex Jugoslavia avrebbero dovuto metterci in guardia dalle insidie che presto avremmo conosciuto, i Novanta sono stati anni fiduciosi: in tanti allora si credeva che con la caduta del Muro e la fine del maledetto Novecento saremmo entrati in un’epoca di pace e di stabilità, grazie alla quale il presente sarebbe diventato una materia meno sfuggente. Tre decenni dopo, in una fase, non si sa quanto lunga, dominata da disillusione e paura, il Museum für Gegenwart celebra il suo anniversario presentando un nuovo allestimento della raccolta ospitata nell’ala occidentale – non una mostra, ma un aggiornamento dell’idea di presente finché un’altra occasione non imporrà di rimescolare le carte.
Inaugurato il 12 giugno scorso, Tausendmal Berlin, «Mille volte Berlino», si propone come un tributo alla città, o piuttosto un suo autoritratto allo specchio di una settantina di opere, tutte realizzate dal 1989 a oggi, firmate da circa cinquanta autori di diversa provenienza. Una testimonianza tangibile di quel formidabile magnete che la capitale tedesca è stata negli anni successivi alla caduta del Muro – anche se lo era già prima, durante la guerra fredda, quando Berlino nella sua obbligata bipolarità era luogo cosmopolita per eccellenza o fulcro di una più o meno entusiasta «fratellanza fra i popoli».









