Gli occhi sono ancora pieni delle immagini delle migliaia di persone che hanno affollato il lungomare durante le World Series di America’s Cup del 2012 e del 2013, ma anche del ricordo di una pizza da 50 Kalò. «Quale? Margherita, of course».C’è poi l’attenzione maniacale a ogni dettaglio per difendere al meglio la Coppa riconquistata nel 2024 a Barcellona e, allo stesso tempo, la preoccupazione per una base che non è stata ancora consegnata e che rende tutto più complicato. Visita al Mattino di Grant Dalton, ceo di Emirates Team New Zealand, Defender della 38esima America’s Cup Louis Vuitton di Napoli e presidente dell’America’s Cup Partnership. Sul cappellino la felce bianca in campo nero dei kiwi. Parole dirette, senza giri di parole, come quelle di chi vive il mare e non ama tergiversare. Si sofferma sulle foto che ritraggono le pagine dedicate a Giancarlo Siani, quella storica del “Fate Presto”, il grido di dolore dell’Irpinia dopo il terremoto, poi il terzo e il quarto scudetto del Napoli. Perché, dice, se la Coppa America è arrivata a Napoli è soprattutto merito dei napoletani. E promette: «Sarà la Coppa di tutti».
Qualche esempio? «Ci sono due aspetti che, nella visione neozelandese, vogliamo trasferire all’America’s Cup di Napoli. Il primo è la legacy, ciò che lasciamo al territorio. Ci sono e ci saranno difficoltà di ogni genere, ma i benefici che la Coppa porta con sé sono sempre superiori ai problemi. È successo ad Auckland, a Fremantle, a Valencia e in tutte le città che hanno ospitato l’evento». E la seconda? «Deve essere una Coppa accessibile al pubblico, sia dal punto di vista del coinvolgimento sia da quello dei costi. Penso ai gadget, alle t-shirt, ai cappellini, a tutto ciò che ruota attorno alla Coppa che non deve essere costoso». Nel 2012 uno dei grandi successi della Coppa fu il gate d’arrivo a pochi metri dalla scogliera del lungomare, per permettere alla gente quasi di stringere la mano ai velisti dopo il traguardo. Sarà così anche questa volta? «Assolutamente sì. Le persone sono al centro del nostro progetto. Nel 2012, quando vidi le regate di Napoli, non fu la competizione velica a colpirmi di più, ma la gente. Ed è stato uno dei motivi determinanti nella scelta di Napoli per la prossima America’s Cup». Dal 24 al 27 settembre ci saranno le preregate. Quale valore attribuisce a questo appuntamento? «Enorme. Non tanto dal punto di vista agonistico, quanto perché serviranno a far capire alla gente che cos’è l’America’s Cup, ad aumentare il coinvolgimento e l’attenzione». Tra un anno, il 10 luglio, è prevista la prima regata dell’America’s Cup. A che punto siamo? «Si sta lavorando, e tanto. Le istituzioni stanno correndo per mettere tutto a disposizione nel più breve tempo possibile». Hanno consegnato le basi a GB1, al team francese e a quello svizzero. Quando toccherà a New Zealand? «Non lo so, e non so nemmeno se sarà pronta entro il 2027. Ma è inconcepibile che, a questo punto, non sappiamo ancora quando ci verrà consegnata la nostra base. In base al nostro contratto - a differenza di altre squadre che costruiscono da sole i propri impianti - è Sport e Salute a essere responsabile della costruzione dello stadio. Se mi chiedete quando avverrà, non lo so. Anche se i lavori iniziassero oggi, dovremmo comunque arrivare al 2027 - proprio alla vigilia delle gare - perché ci vogliono almeno sei mesi per completarlo». Qualcuno imputa ai team il ritardo nella consegna dei progetti. «I team accettano i ritardi relativi al progetto nel suo complesso e anche New Zealand li accetta; tuttavia, il ritardo nella costruzione della nostra base è tutt’altro che accettabile». Questo vi disturba? «Beh, mi piacerebbe riconquistare la Coppa. Se mi mettessero nelle condizioni di dare il meglio di me, bene. Le squadre sapevano che avrebbero dovuto adattarsi, e va bene così. Ma per quanto ci riguarda, questo ritardo nella nostra preparazione non è sostenibile». La sua è una richiesta di aiuto? «La mia è semplicemente una fotografia di ciò che sta accadendo. È singolare che proprio noi, che abbiamo voluto fortemente portare la Coppa a Napoli, ci ritroviamo oggi in questa situazione rispetto agli altri team. Sia chiaro: c’è la massima collaborazione con le istituzioni, con il Governo, con il sindaco e con Sport e Salute. Ma io devo tutelare gli interessi del mio team, che oggi non sa ancora quando avrà la propria base». Tutto questo può influire sulla scelta della sede della Coppa del 2029? «È una decisione collegiale che spetta a tutta la Partnership. New Zealand è favorevole a restare qui anche per la prossima edizione, ma sarà una scelta condivisa da tutti i team. È evidente che meglio riuscirà la Coppa del 2027, più semplice sarà guardare avanti». È una Coppa nata in sordina e poi decollata. Lei stesso l’ha definita «la più bella Coppa di sempre». «È stata proprio la nascita della partnership a consentire di passare da tre a sette team in pochissimo tempo. Significa dare certezze alle squadre, oggi e per gli anni a venire». Luna Rossa e New Zealand si presentano come le grandi favorite, tra schermaglie dialettiche e non solo. I kiwi hanno dipinto di blu i foil con la scritta “Napoli”. Luna Rossa ha replicato: «Poco gusto». Che cosa sta accadendo? «L’idea dei foil blu nasce come omaggio a Napoli, dopo aver visto la passione della sua gente». È possibile un’interazione con il Napoli di De Laurentiis? «Sono aperto a qualsiasi possibilità, ma spetta alla partnership prendere questa decisione; se però mi chiedete se Nwe Zealand sarebbe disposta a farlo, la risposta è assolutamente sì». I suoi posti del cuore? «Un gelato da Ciro, una pizza da 50 Kalò e un caffè a Castel dell’Ovo».







