Dopo quasi due anni di inattività imposta dalla destra che non accettava di dover mediare – come invece prevede la legge – sulla scelta del presidente Rai, la commissione di vigilanza chiude i battenti. Le dimissioni in massa dei rappresentanti delle opposizioni tenuti in ostaggio, seguite dalle ridicole dimissioni degli esponenti della maggioranza, sono un gesto inevitabile e rumoroso.
Potranno servire al centrosinistra a rinfocolare la lunga campagna elettorale che porterà alle elezioni politiche mettendo sul conto di Meloni, insieme al tentativo di cucirsi addosso la legge elettorale e prendersi il Quirinale, anche l’occupazione a man bassa della tv fino all’ultima inquadratura in vista del voto, e lo sfregio a un’istituzione quale è la vigilanza Rai. Un’istituzione usata come strumento di ricatto e neutralizzata.
Ma per la chiusura della stessa commissione – fatta salva la comprensibile e doverosa preoccupazione di Mattarella – non c’è da stracciarsi le vesti. Anzi, c’è da augurarsi che non riapra affatto. La «Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi», nata nel 1975 per assicurare il pluralismo dell’emittente pubblica, è finita per diventare un’arma nelle mani della maggioranza di turno (ma bisogna riconoscere alla destra da Berlusconi in poi un’abilità e un’ostinazione di gran lunga prevalenti). Usata per tenere il fiato sul collo dei dirigenti Rai e le forbici della censura in bella vista. Non sono mancate negli anni audizioni più simili a processi dell’Inquisizione che a liberi confronti creativi, così come la produzione di regolamenti che in nome della par condicio puntavano a imbrigliare il più possibile il famoso Cavallo.










