Adesso il rischio è che la commissione di vigilanza Rai in questa legislatura non si insedi più. E non riesca di conseguenza neppure a normare la par condicio che dovrebbe accompagnare i partiti alle elezioni. Perché dopo le dimissioni di massa dei consiglieri di opposizione – prima – e di maggioranza – subito dopo - sarà difficile convincerli a tornare indietro e reinsediare il parlamentino che ha come compiti statutari, vale la pena ricordarlo, “l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi”.

Premessa d’obbligo: non c’è legislatura che l’assise con sede a Palazzo San Macuto non diventi palcoscenico di scorribande, colpi ad effetto, aventini più o meno riusciti. Colpa della vigilata, la mamma Rai da sempre contesa dalla politica, specie quando le elezioni si avvicinano. Agli atti resta la volta in cui – era il 2008- Riccardo Villari, del Pd, si fece eleggere presidente coi voti della controparte, e quando i suoi gli intimarono le dimissioni, lui resistette per lunghi mesi, fino a restare solo, con tutti intorno dimessi per farlo dimettere. Sembrava il peggio che potesse accadere. E invece, doveva ancora venire la commissione di vigilanza paralizzata per due anni, incapace di eleggere il presidente della Rai, insensibile persino ai richiami – tre – del presidente della Repubblica. Commissione, infine, azzerata dalle dimissioni di tutti: presidente, consiglieri di maggioranza e consiglieri di opposizione.