Studio Ovale dorato, sala da ballo, il colossale Triumphal Arch, progetti faraonici: da ex immobiliarista, The Donald è ossessionato dal rifacimento sfarzoso della sua “corte”. Una mania che lo accomuna a Silvio…

Trumpery, in un inglese un po’ vecchiotto, sono i fronzoli vistosi oppure le sciocchezze e gli imbrogli e sembra la parola adatta a descrivere l’ossessione di Donald Trump per il restyling della Casa Bianca. Tutti i presidenti, quando si insediano, fanno dei lavoretti: Barack Obama mise nello Studio Ovale qualche ceramica indigena sugli scaffali e appese al muro alcuni quadri di artisti afroamericani, l’ex first lady Michelle piantò un orto biologico e Joe Biden rimosse il ritratto di Andrew Jackson (settimo presidente Usa e figura controversa per questioni di deportazione dei nativi americani e schiavismo) voluto da Trump. Niente in confronto alla mania di Donald di lasciare un segno sfarzoso del suo passaggio.

Tutto l’oro dello Studio Ovale luccica durante un incontro tra Donald Trump e Mark Rutte (foto Ansa).

Come Silvio col dipinto di Tiepolo (censurato)

Uguale, in questo, a Silvio Berlusconi, che fece intervenire a Palazzo Chigi il suo architetto di fiducia Mario Catalano, lasciandogli mano libera sull’introduzione di colonne con capitelli corinzi, specchi, stucchi bianchi, marmi pregiati, la riproduzione fotografica di un dipinto di Tiepolo (l’originale, affrescato sul soffitto di una villa vicentina, è conservato in un museo di Vicenza) appesa alle spalle del premier in modo che «le tivù lo inquadrino durante le conferenze stampa e le immagini di una bella opera d’arte vadano in tutto il mondo». Ma con un seno censurato, per carità, qui mica siamo alle cene eleganti del bunga bunga. Nei bagni della sala stampa fece installare luci al quarzo, lavabi con fotocellula, water in ceramica nera e beige, rubinetti d’oro, marmi di travertino oniciato e nero del Belgio. Quando arrivò Mario Draghi, fece ripristinare pareti bianche e rubinetti tradizionali: la sobrietà come atto politico.