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Ultimo aggiornamento: 7:57
Il rapporto di Trump con il proprio tempo è tutto nell’idea che nel 2025 una sala da ballo sia così indispensabile da sventrare un’ala della Casa Bianca. Un Paese spaccato, una democrazia in apnea, un pianeta in fiamme e lui pensa ai metri quadrati per far volteggiare ospiti e dignitari. La sala da ballo! Quando ne abbiamo sentito parlare l’ultima volta, se non ai balli delle debuttanti, liturgia pre-illuminista dell’ancien régime? La memoria corre al 1985, al gala di Nancy Reagan: Travolta che volteggia con Lady Diana. Trump è ancora lì, confinato in quel frame. Non vive nel 2025, vi soggiorna per obblighi amministrativi.
E in effetti è rimasto l’uomo degli anni Ottanta: il palazzinaro tracotante di New York che espandeva il suo impero tra hotel e casinò ad Atlantic City. Coerente nella sua visione predatoria, arriva a scorgere persino nell’abisso di Gaza un’opportunità di sviluppo immobiliare.
Così, mentre l’architettura contemporanea si interroga su emissioni zero, sostenibilità e giustizia sociale, Trump concepisce l’ampliamento della “White House Ballroom”: 300 milioni di dollari per “ospitare monarchi e capi di Stato”. Per realizzarla ha sventrato l’ala est, cancellando il giardino di Jacqueline Kennedy e il cinema presidenziale. L’operazione era stata affidata a James McCrery, architetto convertitosi dal decostruttivismo di Eisenman a un classicismo catechistico, a cui è subentrato lo studio Shalom Baranes Associates.







