Sono disperati o rassegnati, beffardi o terrorizzati, infuriati o allucinati. Sono centinaia e centinaia, aumentano ogni giorno. Tutti con gli occhi fissi verso la macchina che li sta per uccidere. E che con spietata freddezza tecnologica documenta il loro ultimo attimo di vita: attraverso quei volti immortala il baratro in cui sta precipitando l’umanità. Perché la guerra dei droni ci consegna una testimonianza angosciante: filma le vittime negli istanti finali.

È una caratteristica dei robot killer che dilagano sui campi di battaglia: i piccoli quadricotteri a basso costo e alta letalità che a migliaia infestano il cielo della prima linea ucraina ma si stanno diffondendo ovunque, dall’Africa all’America Latina. Sono chiamati FPV, che sta per First Person View: chi li manovra da chilometri di distanza usa occhiali in cui vede tutto quello che viene ripreso dalla telecamera nel muso dell’ordigno. È l’identico sistema dei videogiochi da poltrona. Non a caso, incentiva l’arruolamento di una leva di cecchini-ragazzini che passano dalla playstation al fronte, dalla realtà virtuale alla carneficina reale.

Il drone è il sicario meccanico; loro sono mandanti che ordinano il delitto spingendo un tasto sulla console. E lo fanno fissando negli occhi la persona che viene ammazzata. Non conosciamo lo sguardo del carnefice, ma quelli delle vittime restano nella memoria informatica. Spesso russi e ucraini li pubblicano online, inondando i social di una galleria macabra in cui la ferocia viene esibita. Di più, ci sono vere competizioni tra i dronisti in cui si conquistano punti per ogni tipo di nemico abbattuto, con un premio per i migliori sterminatori: esattamente come nei videogame.