ROMA. Sono lo 0,4% delle imprese attive, ma pesano come un colosso. Le aziende a controllo estero presenti in Italia - quasi 19 mila - generano 887 miliardi di euro di fatturato, il 21% del totale nazionale, in crescita costante dal 17,8% del 2014. E sull'export il salto è ancora più netto: dal 27,4% al 35,8% in meno di dieci anni, con 203 miliardi di beni venduti oltreconfine. È la fotografia scattata dal Rapporto annuale 2026 dell'Osservatorio Imprese Estere, presentato a Roma alla Luiss in occasione dell'Annual Meeting del Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere, realizzato con la collaborazione scientifica di Istat, Ice, Liuc, Luiss, Scuola Imt di Lucca e Centro Studi Assolombarda. Il titolo del documento - «Dai flussi di investimento al radicamento produttivo» - racconta il cambio di prospettiva: non più capitali di passaggio, ma presenze stabili che alimentano filiere, fornitori e distretti. I numeri lo confermano. Ai 188 miliardi di valore aggiunto diretto corrispondono 398 miliardi complessivi lungo le catene di fornitura, 2,1 volte tanto. E gli 1,8 milioni di addetti impiegati direttamente diventano 6,2 milioni se si conta l'occupazione sostenuta dall'indotto. Un moltiplicatore che tocca da vicino le Pmi e i territori. C'è poi il capitolo innovazione: le multinazionali estere realizzano il 38,3% della ricerca e sviluppo privata italiana, con investimenti per 6,5 miliardi di euro, portando tecnologie, modelli organizzativi e occupazione qualificata capace di trattenere giovani talenti. Il quadro, però, non è omogeneo. Le prime cinque regioni concentrano il 76% del valore aggiunto prodotto dalle imprese estere, con la Lombardia da sola al 37,9%. Tra il 2017 e il 2023 l'incidenza occupazionale è cresciuta ovunque, ma accanto ai territori già attrattivi restano aree con margini significativi ancora da esprimere: è qui, avverte il Rapporto, che serve rafforzare la collaborazione tra governo, Regioni e sistema produttivo. «Forte vocazione all'export e apertura internazionale sono i veri tratti distintivi della nostra industria», osserva il presidente della Luiss, Giorgio Fossa. «Il loro apporto va oltre i capitali: generano innovazione, creano valore per le filiere nazionali e liberano un potenziale per i territori in parte ancora inespresso». Una dinamica virtuosa, aggiunge, «in un contesto in cui l'Europa e l'Italia devono rafforzare la propria posizione industriale di fronte alla spinta dei grandi mercati globali, dall'Asia agli Stati Uniti».