Oh, say can you see. Mentre già risuona l'inno nazionale americano sul prato di Villa Taverna, affidato questa sera ai fiati e alle percussioni della Navy Band, Giorgia Meloni convoca un vertice a Palazzo Chigi per prepararsi al vero appuntamento clou: il summit Nato di Ankara la prossima settimana, l'incontro, dopo settimane di schermaglie e stoccate, con Donald Trump. Meglio allacciare le cinture.

Inizia a fare sera quando Matteo Salvini, Antonio Tajani e il ministro dell'Economia varcano lo studio della presidente del Consiglio. Sul tavolo: le spese militari, il contributo italiano all'Alleanza Atlantica, i fondi da destinare all'Ucraina in guerra. E un po' più in là, ma sempre presente, un cruccio chiamato Safe: il governo non ha ancora sciolto la riserva sul maxi-prestito europeo per le spese militari.Vaste programme. Meloni squaderna con i suoi ministri tabelle e numeri da portare in Turchia, a casa di Erdogan. L'Italia, ricorda la premier, porterà il 2,8 per cento del Pil investito nella Difesa, con un aumento dello 0,71 per cento rispetto all'anno precedente che tuttavia, come chiarito da Meloni stessa in Parlamento, sarà concentrato «sulla sicurezza interna». È un passo avanti importante. E tuttavia insufficiente per l'incontentabile Trump che ancora la scorsa settimana alla Casa Bianca domandava al segretario della Nato Mark Rutte: «Ricordami quanti alleati stanno spendendo il 5 per cento del Pil?», ricevendo risposte a mezza bocca dall'olandese in evidente imbarazzo: «Ci stiamo arrivando...». Il rendez-vous con Trump rende spasmodica l'attesa del governo per il summit Nato.Tiene ancora banco il caso Sigonella, il "niet" italiano alla guerra agli ayatollah. Ieri in aula alla Camera Crosetto tornava a smentire la partecipazione italiana alle operazioni in Iran: «Quando gli Stati Uniti hanno previsto attività diverse da quelle riconducibili al perimetro degli accordi bilaterali vigenti, lo hanno chiaramente comunicato e questo governo, come è noto, non ha concesso l'autorizzazione». E nelle stesse ore a Washington, in modalità "sherpa", il fedelissimo della premier e capodelegazione di FdI in Ue Carlo Fidanza incontrava prime file dell'amministrazione americana, dal sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby al consigliere per la sicurezza nazionale di Trump Andrew Baker. Ricevendo qualche rassicurazione. Ad esempio sul ritiro dei soldati americani dalle basi in Europa che, nonostante gli annunci, «non sarà immediato». La premier intanto fa i conti. Spiega che negli ultimi due anni la spesa militare italiana ha fatto un balzo senza precedenti. E del resto l'obiettivo del 5 per cento del Pil, ritenuto tutt'oggi "irrealistico" dai tecnici del governo, è decennale e certo non si può centrare oggi.Il nodo ucraino Mentre Meloni è rinchiusa con i suoi tre ministri a fare i conti per la Nato nella stanza irrompe un retroscena della stampa tedesca. L'Italia, ha scritto il Frankfurter Allgemeine Zeitung, sta frenando sugli aiuti che la Nato vuole destinare all'Ucraina quest'anno. Parliamo di cifre monstre: 40 miliardi di euro, come l'anno scorso, a cui potrebbero aggiungersene 20 o 30 dell'Unione europea.Il diavolo al solito è nei dettagli. Da giorni gli sherpa discutono animatamente su come limare la dichiarazione finale della Nato, sulla quale pure Trump dovrà apporre la sua firma. Gli aiuti per Zelensky dovranno essere annuali o stanziati per i prossimi due anni? Il governo italiano ha chiesto ufficialmente che quei fondi - una fetta dei quali graverà sul bilancio italiano, meno di un miliardo di euro, stimano i tecnici - siano per ora rinnovati di un solo anno, cioè per il 2027. Non sono quisquilie. Per Meloni e i suoi promettere una cascata di miliardi a Kiev per altri due anni vorrebbe dire lanciare un segnale equivoco. Ovvero chiudere formalmente a qualsiasi prospettiva di negoziato con la Russia e dunque di pace dopo quattro anni di massacri. L'iniziativa italiana, pressoché isolata in seno al Consiglio atlantico, non avrà però esito: alla fine i fondi per Zelensky saranno biennali. Anche se nella dichiarazione finale, se non altro per non irrigidire Trump, ci sarà un chiaro riferimento alla necessità di parlare con il governo russo. Tesi che Meloni stessa ha sostenuto con convinzione in tutti gli ultimi vertici, dal G7 a Evian al ritrovo degli E5 a Berlino.Nessuna sconfessione però della causa ucraina, come hanno fatto sapere ieri sera fonti di Palazzo Chigi "correggendo" con un guizzo di irritazione i retroscena della stampa tedesca: «Roma non arretra nel suo sostegno all'Ucraina e non si è mai opposta allo stanziamento». Prevale tuttavia, questo sì, una certa cautela nel parlare di spesa militare e fondi all'Ucraina. Sarà l'aria frizzantina da anno elettorale che già soffia nei palazzi della politica? Chissà. Non è un caso se Meloni continui a insistere sul «nuovo concetto di sicurezza» che l'Italia porterà al tavolo del summit di Ankara. Precisando che nel computo delle spese Nato il nostro Paese chiederà, come previsto dalle regole, di includere la spesa per la sicurezza interna: dal controllo delle frontiere e la lotta ai traffici nel Mediterraneo a voci importanti del bilancio delle forze dell'ordine. Un messaggio in bottiglia per chi, come Roberto Vannacci, insidia da destra il governo cavalcando l'antimilitarismo elettorale, lui che militare è stato per una vita.