La partita delle preferenze
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Una trentenne marocchina è stata condannata dalla Corte d’appello a un anno e otto mesi di reclusione. Attivato uno sportello di ascolto per le vittime. Il procuratore generale Sottani: "Non sono episodi isolati".
Dodici lavoratori impiegati in nero, con turni infiniti, senza riposi o ferie. Tredici ore al giorno pagati neanche tre euro l’una. Niente contributi ovviamente, nessuna forma di garanzia o sicurezza. Per questo motivo, una donna trentenne di nazionalità marocchina, alcuni giorni fa, è stata condannata dalla Corte d’appello a un anno e otto mesi di reclusione per l’ipotesi di caporalato. Secondo quanto accertato, la donna avrebbe impiegato irregolarmente, in una ditta del territorio di Gualdo Tadino, dodici lavoratori extraeuropei, sprovvisti di permesso di soggiorno, imponendo loro un orario di lavoro eccessivo e degradante, senza ferie, riposi e con una paga di 2,5-3 euro all’ora. La donna, inoltre, è stata condannata anche per aver omesso il versamento di contributi, mancata copertura assicurativa e violazione delle norme in materia di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro. La sentenza che non è definitiva e "i cui sviluppi, se conosciuti ed eventualmente difformi dalla statuizione di condanna, verranno tempestivamente comunicati", sottolinea il procuratore generale Sergio Sottani, accende il faro priori sul fenomeno del caporalato perché "i fatti accertati non sembrano episodi isolati, ma potenzialmente sintomatici di un sistema che, pur assumendo forme diverse, si radica in diversi comparti produttivi e richiede una risposta istituzionale costante, coordinata e incisiva". "Già circa un anno fa, proprio nella consapevolezza della diffusione del fenomeno, era stata rafforzata la cooperazione istituzionale attraverso la sottoscrizione di un protocollo interdistrettuale tra le Procure generali di Perugia e Ancona, finalizzato alla creazione di un Osservatorio congiunto sul caporalato e sugli infortuni sul lavoro - ricorda Sottani - L’iniziativa ha consentito di strutturare un sistema stabile di raccolta e scambio di dati, di elaborazione di analisi e di diffusione di buone prassi investigative, coinvolgendo una rete ampia di soggetti istituzionali e territoriali". In questo quadro si inserisce anche l’incontro tenutosi la scorsa settimana tra il procuratore generale di Perugia e il comandante del gruppo carabinieri per la tutela del lavoro per Lazio, Toscana, Abruzzo, Umbria e Sardegna, tenente colonnello Piergiuseppe Zago, occasione nella quale è stato fatto il punto sull’attuazione della convenzione e sulle ulteriori azioni da sviluppare. Per facilitare l’emersione del fenomeno, sono stati inoltre attivati canali dedicati di ascolto e assistenza, tra cui uno sportello multilingue all’Ispettorato territoriale del lavoro.









