Dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran seguivo tutto nei minimi dettagli: leggevo le notizie, i resoconti delle riunioni del Fronte paydari (un partito ultraconservatore iraniano), i rapporti del parlamento israeliano, del congresso statunitense e della sessione annuale del Partito comunista cinese. Osservavo con attenzione gli attacchi e i contrattacchi, dalla base navale di supporto del Bahrein alle basi aeree di Ali al Salem e di Al Dhafra fino a quella missilistica di Heydar Karrar.

Avevo accumulato una quantità enorme di conoscenze inutili sulla differenza tra le bombe stand-off e i missili da crociera a lungo raggio o tra i lanciatori a propellente solido e quelli a propellente liquido. Vedevo il nostro destino come legato a quei dati e pensavo che se li avessi seguiti con sufficiente attenzione li avrei capiti. La guerra finirà? Ogni giorno dovevo rispondere a questa domanda, sia nel dialogo interiore con me stesso sia quando me la facevano le persone che avevo intorno.

Poi, all’improvviso, ho perso interesse per tutto. Ho abbandonato i canali di informazione e i social media dedicati alle notizie, ho smesso di guardare la televisione, non ho nemmeno letto la notizia dell’attacco israeliano a sud di Beirut (mi pare me l’abbia comunicata qualcuno, ma non ricordo neppure chi e dove).