Nell’Italia per una metà schiacciata dal caldo e per l’altra dal rischio idrogeologico, c’è un ente che svolge un ruolo centrale proprio in questi due settori. Si chiama Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e ci lavorano 1100 tra ricercatori, tecnici e personale amministrativo. Dall’Ispra arriva la quantificazione ufficiale delle emissioni di gas serra, la mappatura delle frane, il monitoraggio sul consumo dei suoli e sugli obiettivi climatici. Ma come nell’America di Donald Trump anche da noi occuparsi di questioni strategiche come clima e tutela del territorio non garantisce autorevolezza e risorse. Tutto il contrario.
Fino a pochi anni fa l’Ispra sembrava un’isola felice in un settore in cui la precarietà costringe i giovani qualificati a interrompere le ricerche per cercare un lavoro stabile oltre confine. «I precari erano in un numero ridotto e fisiologico, grazie a un programma di assunzioni ottenuto con le battaglie del personale» racconta Gianluca Leone, sindacalista dell’Unione Sindacale di Base che alle ultime elezioni Rsu ha superato anche i confederali con il 36% dei voti. Gli anni del governo Meloni però hanno coinciso con tagli brutali ai finanziamenti che frenano nuove assunzioni e le stabilizzazioni previste dalla legge Madia per chi abbia maturato almeno tre anni di lavoro nell’ente.







