Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiIn un messaggio pubblicato il 26 giugno su Truth, appena dopo la ratifica del parlamento europeo dell’accordo sui dazi Usa-Ue dello scorso anno, il presidente americano ha annunciato che qualsiasi paese che introdurrà o manterrà una Digital Services Tax (DST) sulle imprese tecnologiche statunitensi sarà colpito da dazi del 100%, precisando che tali dazi prevarrebbero anche su eventuali accordi commerciali già conclusi.
Sembra il gatto che gioca con il topo. In realtà, diversi paesi, come Italia, Francia, Spagna, Austria e Regno unito, hanno già varato da alcun anni imposte con aliquote variabili dal 2 al 5% sul fatturato degli operatori digitali. Washington lamenta che queste imposte siano formalmente neutrali ma, nella pratica, colpiscano quasi esclusivamente le grandi piattaforme americane: Google, Meta, Amazon, Apple, Microsoft. Il punto è che adesso la Commissione europea sta studiando una nuova risorsa propria dell'UE per finanziare il bilancio pluriennale 2028-2034.
E tra le ipotesi più concrete figura proprio un prelievo sulle grandi aziende che operano nel mercato unico (Corporate resource for Europe), che potrebbe garantire un gettito alle casse dell’Unione di quasi sette miliardi di euro. È proprio questa prospettiva ad aver provocato la reazione preventiva di Trump. La sua minaccia sembra rivolta non tanto alle imposte nazionali già esistenti (che conosce da anni), quanto soprattutto all'eventualità che l'intera Unione Europea adotti una digital tax comune, rendendola molto più difficile da aggirare e assai più rilevante sul piano del gettito.














