A Pechino non importa nulla né del deficit commerciale con l’Unione, né tanto meno delle scadenze autunnali imposte da Bruxelles per compensare lo squilibrio tra esportazioni e importazioni. E così l’Europa rischia di bersi l’ennesimo bicchiere di illusioni
L’apparenza inganna. Non sempre è così, ma stavolta potrebbe esserlo. Non tutti sono convinti del fatto che l’incontro tra il ministro del Commercio cinese Wang Wentao e il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič abbia sancito la distensione tra Cina ed Europa. Distensione, per inciso, finalizzata al riequilibrio commerciale tra la seconda economia globale e il mercato unico più grande del mondo, che oggi subisce e sconta sulla propria pelle i danni collaterali della concorrenza cinese. C’è chi, insomma, qualche dubbio ce l’ha. Per gli esperti di Signum Global per esempio, “diversi fattori suggeriscono che sarebbe errato considerare l’incontro come una svolta positiva significativa. Anzi, quest’anno le tensioni commerciali probabilmente aumenteranno anziché migliorare”.
Perché? “Nonostante i toni collaborativi, l’atteggiamento della Cina nei confronti di una delle principali lamentele dell’Ue (il deficit commerciale da 360 miliardi, ndr) non è cambiato. E sembra molto improbabile che lo faccia. E proprio per quanto riguarda l’aumento del disavanzo, la posizione cinese rimane quella secondo cui la differenza è determinata da una legittima perdita di competitività europea, principalmente a causa dei prezzi più elevati dell’energia, piuttosto che da pratiche competitive sleali da parte della Cina stessa, come i cospicui sussidi statali”, spiegano gli economisti di Signum. Come a dire, è colpa dell’Europa.











