Se l’Europa non riuscirà a inserirsi in questa nuova fase come partner industriale credibile, gli altri attori internazionali, Cina e Russia in primis, consolideranno il proprio vantaggio strategico nella ridefinizione della geografia globale delle risorse. La riflessione di Mario Di Giulio, docente di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato attivo nei Paesi africani

L’Africa subsahariana sta sempre più assumendo il ruolo di soggetto attivo dell’estrazione mineraria globale. I vari paesi stanno, infatti, emergendo come attori politici sempre più assertivi, capaci di utilizzare il controllo delle materie prime come strumento di pressione nei confronti delle grandi potenze industriali. L’ondata di rinegoziazioni contrattuali e revoche di concessioni che sta attraversando il continente non risponde più soltanto a esigenze fiscali o a dispute commerciali isolate. Si assiste, piuttosto, all’emersione di una vera e propria “dottrina della sovranità mineraria”, declinata con modalità che, seppure differenti, sono convergenti nei principali paesi esportatori. I governi africani stanno utilizzando i contratti estrattivi per promuovere la local beneficiation, ossia la lavorazione e il valore aggiunto in loco delle materie prime, ridefinendo progressivamente i rapporti di forza nelle catene globali del valore. Di questo, noi europei dovremmo tenere conto, se vogliamo assicurarci una continuità negli approvvigionamenti.