L’ansia occidentale per i minerali viene di solito inquadrata come un problema di accesso alle materie prime: troppa dipendenza da geografie instabili, troppo rischio geopolitico, troppa Cina. L’analisi di Maddalena Procopio, senior policy fellow nel programma Africa presso European council on foreign relations
Mentre Bruxelles spinge per un rilancio industriale attraverso l’Industrial accelerator act, una domanda scomoda rimane senza risposta: può l’Europa ricostruire industrie strategiche senza ripensare il modo in cui si industrializza con i propri partner? La tensione è particolarmente evidente nella corsa ai minerali critici – gli input fondamentali delle strategie industriali verdi, digitali e della difesa. E l’Africa è il caso di prova più importante, e più trascurato.
L’ansia occidentale per i minerali viene di solito inquadrata come un problema di accesso alle materie prime: troppa dipendenza da geografie instabili, troppo rischio geopolitico, troppa Cina. Di qui le recenti iniziative di stoccaggio da parte di Stati Uniti ed Europa. La diagnosi è tuttavia fuorviante. Il vero collo di bottiglia non è l’estrazione. È la lavorazione. La Cina domina oggi non perché possieda la maggior parte dei minerali al mondo, ma perché li raffina e trasforma in materiali a valore aggiunto. Per molti di questi, controlla tra il 60 e l’80% della capacità di raffinazione globale. Ciò che conta geopoliticamente non è chi li estrae dal suolo, ma chi controlla i nodi che trasformano queste rocce in batterie, magneti e sistemi di difesa.








