La recente visita del presidente Emmanuel Macron in Kenya è il segnale di una profonda trasformazione che riguarda l’intera Europa: la necessità di ridefinire il rapporto con l’Africa in un contesto globale radicalmente mutato. A lungo associata alla narrazione di conflitti e carestie, che purtroppo continuano a ripetersi, con un Occidente che spesso si è limitato al mero sostegno umanitario e allo sfruttamento delle risorse in rapporti asimmetrici, l’Africa si trova oggi a essere uno dei principali terreni di competizione geopolitica mondiale. Dall’energia alle rotte commerciali, dalla tecnologia all’accesso alle materie prime critiche si stanno ridisegnando gli equilibri internazionali.
In questo scenario, l’azione francese assume un valore che va ben oltre i singoli accordi economici, a partire da una constatazione che potrebbe apparire irrilevante: l’uso della lingua inglese (e non del francese), una delle lingue ufficiali del Kenya. Non solo, lo stesso nome del summit è significativo, Africa Forward Summit, a sottolineare una discontinuità simbolica rispetto alla tradizionale impostazione della “Françafrique”.
Allontanati dall’Africa occidentale dopo i numerosi colpi di stato verificatisi negli ultimi anni, i francesi stanno quindi ripensando la propria presenza per aumentare il proprio soft power anche attraverso una rivisitazione del ruolo delle forze militari, che ora assistono le forze dell’ordine di vari paesi nella protezione dei parchi e delle risorse naturali contro le estrazioni illegali. Un cambio di passo che non esclude il proprio interesse a mantenere forte la propria presenza in Africa a tutela degli interessi nazionali.







