L’Africa ha bisogno di energia, energia pulita. Nonostante il continente abbia un elevato potenziale rinnovabile, infatti – specie per quanto riguarda la generazione solare –, i grandi impianti fotovoltaici ed eolici sono ancora pochi e il mix energetico è sbilanciato in favore dei combustibili fossili. Ma il vero problema, quello più grave, è che quasi 600 milioni di africani non hanno affatto accesso all’elettricità, si tratta di metà della popolazione del continente e dell'83% del totale a livello globale. E questo è dovuto a una rete di distribuzione carente e limitata. L’Unione europea vorrebbe contribuire al miglioramento di questa situazione: a fine settembre la presidente della Commissione guidata Ursula von der Leyen ha annunciato un pacchetto di investimenti da 545 milioni di euro per sostenere la diffusione delle energie rinnovabili in Africa.Gli investimenti europei nelle rinnovabili africaneI progetti finanziati spaziano dalla costruzione di una linea di trasmissione ad alta tensione in Costa d’Avorio (359 milioni), all’elettrificazione di centinaia di comunità rurali in Camerun (59 milioni), allo sfruttamento delle risorse ventose e idriche nel Lesotho (26 milioni), fino all’installazione di mini-reti nelle aree periferiche del Madagascar (33 milioni).In generale, i capitali pubblici e privati mobilitati da Bruxelles puntano ad accelerare l’elettrificazione “pulita” dell’Africa lungo tutta la filiera – dalla generazione di energia alla distribuzione all’utilizzo, promuovendo anche gli scambi regionali –, in modo da favorire la creazione di 38 milioni di posti di lavoro entro il 2030. “La transizione all’energia pulita nel continente creerà posti di lavoro, stabilità, crescita e il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici globali”, ha dichiarato von der Leyen. “L’Unione europea, con il piano di investimenti Global Gateway, è pienamente impegnata a sostenere l’Africa nel suo percorso verso l’energia pulita”.La concorrenza cinese in AfricaGlobal Gateway è l’iniziativa europea per la realizzazione di infrastrutture nel mondo – ma l’Africa ha la priorità – che, al di là degli intenti umanitari, risponde a un obiettivo geopolitico: fornire un’alternativa alla Cina. Attraverso la Belt and Road Initiative, anche nota come Nuova via della seta, Pechino già investe tanto nella costruzione e nella gestione di strade, porti, reti energetiche e di telecomunicazione in un centinaio di paesi, dall’Asia all’America Latina.La capacità di connettere e di controllare impianti e snodi cruciali è un mezzo per proiettare influenza. La “porta globale”, lanciata nel 2021, serve quindi all’Unione europea per arginare la presenza cinese nelle regioni ritenute rilevanti per portare avanti i propri interessi. E l’Africa lo è, eccome. È rilevante anzitutto perché qui si trovano depositi notevoli di minerali critici, come il cobalto in Congo, il litio in Zimbabwe, il rame in Zambia o il manganese in Gabon. La Cina, con le sue compagnie minerarie, è già attivissima in tutte queste nazioni.Al di là della logistica e dell’estrazione di materie prime, la Nuova via della seta cinese si concentra anche sull’energia. Secondo uno studio della Griffith University, nella prima metà del 2025 gli investimenti legati all’energia sono stati i più alti dal 2013, anno di avvio dell’iniziativa. E proprio l’Africa, con 39 miliardi di dollari, è stato il continente con i contratti di maggior valore in questo comparto. Un recente rapporto di Ember, peraltro, ha reso noto che la Cina, nel periodo compreso tra giugno 2024 e giugno 2025, ha esportato in Africa pannelli fotovoltaici per oltre 15 gigawatt di capacità, il 60% in più su base annua: non è detto che tutti questi dispositivi verranno installati – potrebbe trattarsi di una triangolazione commerciale per aggirare i dazi –, ma in ogni caso Pechino si sta posizionando per trarre vantaggio dalla transizione ecologica del continente.“Sin dall’inizio, il Global Gateway è stato descritto come il tentativo dell’Unione europea di rivaleggiare con i fondi per investimenti infrastrutturali all’estero della Belt and Road Initiative. Con 300 miliardi di euro fino al 2027, però, si tratta di un’impresa nello stile di Davide contro Golia”, ha spiegato a Wired Gabriele Rosana, giornalista e associate fellow dell’Istituto affari internazionali. “Un’impresa oltretutto appesantita dal fatto che, pur al netto di tutta la sburocratizzazione in corso, l’Unione si trova a operare in un sistema di regole precise, di paletti e di vincoli sconosciuti al centralismo cinese. Molto dipenderà anche dal prossimo bilancio comune post-2027 e della capacità dell’Unione di destinare adeguate risorse”.“Ciò che è intervenuto tra il 2021, quando il Global Gateway è stato lanciato, e oggi è un cambio di paradigma a Bruxelles e nelle capitali”, aggiunge Rosana. “Negli ultimi due anni la competitività è diventata gradualmente, ma con sempre maggiore convinzione, la parola chiave dell’agenda politica europea, insieme alla difesa. Anche la cooperazione internazionale è stata reinventata in un’ottica di autonomia strategica e messa al servizio della proiezione globale dell’Unione. Soprattutto in un momento in cui, con l’imponente riassetto degli equilibri commerciali dovuto alla sfida America-Cina, l’Europa deve rapidamente diversificare le sue filiere e i suoi scambi”.Il ruolo degli Stati Uniti e la corsa alle risorseAnche gli Stati Uniti, prima della seconda svolta isolazionistica del presidente Donald Trump, avevano avvertito la necessità di offrire una risposta alla Nuova via della seta. Così, nel 2021 l’amministrazione di Joe Biden annunciò un programma internazionale per le infrastrutture, il Build back better World, che l’anno successivo venne esteso al G7 e rinominato Partnership for Global infrastructure and investment (Pgi). Non a caso, tra le principali aree di intervento della Pgi ci sono l’energia e l’Africa: nella lista dei primi progetti americani comparivano infatti due impianti solari in Angola, un sistema eolico-stoccaggio in Kenya e uno stabilimento di trasformazione del nichel per le batterie in Tanzania.Il cambio di presidente alla Casa Bianca ha stravolto tante cose, ma ha lasciato immutata l’attenzione per un progetto in particolare: il corridoio di Lobito, forse l’infrastruttura più importante che l’Occidente sta portando avanti in Africa e nella quale sono coinvolti direttamente, oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione europea e l’Italia, con il piano Mattei. Si tratta di una linea ferroviaria che collegherà i depositi di rame dello Zambia e le miniere di cobalto del Congo al porto di Lobito in Angola, sull’oceano Atlantico. Rame e cobalto – il “metallo dell’elettrificazione” il primo, l’ingrediente chiave delle batterie il secondo – sono materie prime essenziali per le nuove industrie della sostenibilità di cui la Cina, però, al momento controlla le forniture.Il peso dell’Africa nell’azione per il climaIl continente africano, insomma, è oggi il terreno di scontro tra superpotenze interessate innanzitutto alle sue risorse. Ma con una popolazione giovane e in aumento, che solo nella regione sub-sahariana crescerà del 79% in trent’anni, la decarbonizzazione dell’Africa sarà indispensabile per il successo dell’azione climatica globale. Al momento i combustibili fossili rappresentano più del 70% della generazione elettrica africana; tra le fonti rinnovabili, la più rilevante è l’idroelettrico (18%), mentre la quota di eolico, fotovoltaico e geotermico si ferma al 6% circa.“Le scelte che l’Africa compie oggi plasmeranno il futuro del mondo intero”, ha avvertito von der Leyen.