Quali sono le condizioni di sicurezza strutturale del nostro immenso e in parte storico patrimonio edilizio? L’ISTAT stima uno stock nazionale di 12.539.173 edifici residenziali, con 35.271.829 abitazioni delle quali 25.690.057 sono occupate. Oltre il 60% dei nostri edifici ha più di 45 anni, 1.832.503 sono stati costruiti prima del 1919, 1.327.007 tra le due guerre mondiali, circa 7 milioni di prima del 1974, nell’assenza dei minimi obblighi costruttivi in zone sismiche. Risultano in «ottimo stato di conservazione» solo il 15% delle abitazioni pre-1919, cica il 13% pre-1945 e il 15,8% pre-1961. Sono almeno 6 milioni le abitazioni classificate «in mediocre o cattivo stato di conservazione», e non a caso gli indicatori reali dell’alto rischio emergono dopo ogni scossa già intorno a Magnitudo 4.

L’alta vulnerabilità edilizia è il nostro gap, e amplifica la portata distruttiva dei nostri terremoti. È la Sicilia la regione che spicca per la maggior fragilità degli edifici con il 64,4% dello stock regionale su una media nazionale del 57,4%. Segue la Calabria con il 61,4%, ovvero il 40% dell’intero stock di edilizia non rafforzata e in aree sismiche 1 e 2.

Prendendo come parametro l’intensità sismica 6,3 del terremoto che distrusse L’Aquila nel 2009, il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri ipotizza una quota di immobili nazionale pari al 40% con urgente bisogno di interventi di sicurezza statica. A questa quota, va aggiunta l’edilizia a uso artigianale, industriale, commerciale, turistico, sportivo. Delle 325.427 strutture produttive, 133.000 sono state costruite tra il 1971 e il 1990, e un terzo dopo il 1990, chiudendo spesso un occhio sull’antisismica; 95.000 strutture sono in aree a più elevata sismicità, dove troviamo anche 75.000 edifici pubblici strategici come ospedali, caserme, municipi, prefetture; e il 41% dell’edilizia scolastica con un edificio su dieci realizzato in epoca pre-1919 e il 43% pre-1971.