Q Storie

Un'intervista-riflessione sul rapporto tra auto e società, tra tecnologia, emozioni e rischio di ridurre tutto a semplice funzione

Paolo Crepet, torinese e padovano d'adozione, è medico, sociologo, psicologo. E scrittore. In questa speciale serie di interviste dedicate ai 70 anni di Quattroruote, lo abbiamo incontrato per parlare di automobili e della loro sempre più fragile relazione con la passione. «È sbagliato», spiega, «disaccoppiare gli oggetti dai sentimenti, perché finiscono con il non appartenere più a nessuno. Vendere le automobili come semplice strumento coinciderà con la loro fine».

Qual è il suo rapporto con le macchine?

Sono nato in una città industriale di auto: Torino. Che, come si diceva una volta, aveva molte chiese e alcuni showroom di auto. La Fiat giardinetta di papà è stata indimenticabile. Il mio rapporto con l'automobile è nato facendomi prestare la Fiat 500 della mamma, con cui feci un brutto incidente. Poi arrivò la mia prima macchina, una Citroën 2CV "Service" (la Fourgonette, ndr), seguita dal mitico Squalo, la DS; di seconda o terza mano: un'automobile schizofrenica perché era per gran signori o per gente molto inquieta... Due mondi sociali che condividevano questo salotto viaggiante...