La decisione del governo Netanyahu di riconoscere il genocidio degli armeni sembra aver infastidito non poco il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, a un punto tale da farlo parlare di strumentalizzazione: quello di Netanyahu “è l’utilizzo del genocidio armeno come arma”, ha precisato ai giornalisti e ha aggiunto: “Crediamo che non entrare nella questione sia nell’interesse della Repubblica d’Armenia. Pertanto, non vediamo alcuna necessità di una risposta”. Anche perché Pashinyan è filoccidentale e sta cercando con ogni mezzo di riavvicinarsi alla Turchia (il genocidio armeno fu per mano turca), nell’ambito di un progressivo riorientamento dalla Russia all’Occidente.

A differenza dei suoi predecessori, il leader armeno aveva appena chiarito lo sforzo di riconciliazione con i suoi vicini, ex nemici storici, e che il suo governo non considera il riconoscimento del genocidio da parte della Turchia in alcun modo collegato all’impegno in corso per stabilire relazioni diplomatiche e riaprire i confini terrestri comuni, rimasti chiusi dal 1993. Tale processo di pacificazione con Ankara va avanti parallelamente agli sforzi di Yerevan (capitale armena) per raggiungere la pace con l’Azerbaigian, che ha ricevuto un forte impulso anche dal presidente statunitense Donald Trump all'inizio di giugno.