«Ci fanno le condoglianze con un secolo di ritardo». Nella sua bottega di Gerusalemme, il ceramista Aram è indignato. Suo nonno scappò qui nel 1919, quand’era già cominciato il genocidio degli armeni. Suo papà rimase a vedere la nascita d’Israele. Lui non s’è mai mosso, nonostante 80 anni di guerre: «Eppure», dice Aram, «in tutto questo tempo nessun governo israeliano ha mai nominato i nostri tre milioni di morti. Loro commemorano la Shoah. Ma quel che i turchi han fatto a noi?». Per lo Stato ebraico c’è stato sempre e solo un Olocausto, e null’altro di paragonabile: che fosse accaduto in Armenia o in Ruanda, in Cambogia o in Ucraina. Figuriamoci a Gaza. Domenica scorsa, però, qualcosa è cambiato e il governo di Bibi Netanyahu ha rotto il tabù, riconoscendo come il «Grande Crimine» consumato sotto gli Ottomani — non si può più tacerlo — sia stato davvero un genocidio.

Non è un soprassalto di coscienza. È un calcolo politico. Bibi non perdona alla Turchia, tutt’ora sua partner commerciale, d’essersi schierata con Hamas e d’aver parlato di genocidio nella Striscia. Non ne tollera l’espansionismo neo ottomano in Siria e nel Mediterraneo. Dopo l’Iran, considera i turchi «il prossimo problema». E dunque, da dove cominciare? Basta col negazionismo del presidente Erdogan, che incarcera chiunque apra l’armadio degli scheletri armeni. E basta con un’amicizia che, da molto tempo, non è più nemmeno un’alleanza strategica. Ad Ankara, ovviamente, lo schiaffo armeno l’han preso male. Ma ancora peggio, guarda un po’, a Erevan: «Questa è una pura strumentalizzazione», ha reagito gelido il premier Nikol Pashinyan, «è l’utilizzo del nostro genocidio come arma». Dalla guerra del 2020 persa contro l’Azerbaigian, all’Armenia non va giù che Bibi abbia sostenuto gli azeri, proprio come i turchi. E poi c’è di mezzo il petrolio, che Baku vende a Israele. Dagli armeni, però, arriva anche una piccola lezione: a chi nega i genocidi, a chi ne vede ovunque, a chi li usa per coprire altri crimini. Certa Storia si ripete soltanto sotto forma di tragedia, e non c’è niente di peggio che usarne le vittime come testimonial.