Con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo si apre la questione di come controllare le frontiere senza indebolire lo stato di diritto. La scelta è tra politiche che governano la mobilità e politiche che la spostano altrove, spesso con costi più alti.
Cosa prevede il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato pienamente in vigore il 12 giugno, promette di rendere più efficiente la gestione delle frontiere, accelerare le procedure di asilo e rafforzare i rimpatri. È una risposta alla crescente pressione migratoria che molti governi europei considerano ormai una priorità politica. Ma nel dibattito pubblico rischia di passare inosservato un punto fondamentale: il vero costo delle scorciatoie securitarie potrebbe non riguardare soltanto i migranti. Potrebbe riguardare la qualità stessa delle istituzioni europee.
Il Patto introduce procedure di frontiera più rapide, amplia la possibilità di trasferire l’esame delle domande di asilo verso paesi terzi considerati sicuri e rafforza gli strumenti di identificazione e controllo. L’Italia ha recepito questo impianto con il decreto legge 100/2026, che riapre anche la questione dei centri in Albania, destinata a essere chiarita dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.







