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Un’ampia ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata a giugno sulla rivista Science sostiene che la diffusione del lavoro da remoto abbia ridotto la socialità e peggiorato la salute mentale di molti lavoratori e lavoratrici. Lo studio descrive questi effetti come una specie di costo umano nascosto, spesso trascurato perché il lavoro da remoto è tendenzialmente apprezzato da chi lo svolge e desiderato da chi non può farlo. La ricerca ha ricevuto attenzioni anche per il metodo e per le dimensioni significative della popolazione presa in considerazione: oltre mezzo milione di americani.

Le autrici sono tre economiste: Natalia Emanuel della Federal Bank, Emma Harrington dell’università della Virginia e Amanda Pallais dell’università di Harvard. Hanno messo insieme i dati di cinque grandi sondaggi condotti negli Stati Uniti tra il 2011 e il 2024, escludendo il 2020 e il 2021, gli anni della pandemia, su un totale di oltre 588mila lavoratori e lavoratrici. E hanno suddiviso l’intero campione della ricerca in due gruppi, sulla base di un indice standard che distingue tra professioni svolte soltanto o perlopiù in presenza (medici, infermieri, cuochi, eccetera) e altre che possono essere svolte da remoto (ingegneri informatici, impiegati e altre, che negli Stati Uniti sono circa un terzo del totale).