Torno per l’ennesima volta sul tema giornalismo, tutela della libertà di stampa. Ci torno ben consapevole che la categoria sia molto impopolare presso un’ampia quota dell’opinione pubblica, specie quella devota a generali e simili. Intanto le categorie non sono omogenee, nessuna. Dunque dire “i giornalisti” non ha più senso che dire “i medici”, “i carpentieri”, “i barbieri”. Dipende. C’è quello che ti salva la vita e quello che sbaglia diagnosi, quello che ti costruisce un tetto a regola d’arte e quello che ti fa piovere in casa. Le categorie non esistono, se non a fini statistici: nella vita reale esistono le persone e ce ne sono, in ogni ambito, di ogni genere. Incorruttibili e corrotte, capaci e no, via elencando. Dunque vi può piacere o dispiacere questo o quel giornalista, lo stile il metodo. Siete naturalmente liberi di scegliere di seguire chi vi convince e di criticare o meglio ancora ignorare chi non vi garba. Qui però la questione è un’altra, più larga: è una questione di sistema. Una Procura chiede la reclusione per chi ha svolto un’inchiesta.

Mettere in carcere per il reato di diffamazione è cosa da regime. Altrettanto inaccettabile è perseguitare economicamente chi svolge questo mestiere con richieste economiche che equivalgono a zittirlo, a far chiudere un giornale. Chi sbaglia deve pagare, naturalmente, sempre. Ma qui siamo di fronte — mi riferisco al caso più recente, i giornalisti delle Iene e gli otto mesi chiesti dalla Procura di Genova per l’inchiesta su David Rossi — a un guasto del meccanismo democratico di cui il giornalismo libero è perno. La legge deve essere cambiata, e certo non si può pretendere che lo faccia questo governo, ha tutto da guadagnare dal silenzio. Si può però chiedere a chi si candida ad essere governo alternativo, alle opposizioni in procinto di entrare in campagna elettorale, di impegnarsi a farlo. Ne dubito. La sinistra non lo ha fatto quando poteva, ma la speranza resta e l’ostinazione anche. C’è sempre tempo per rimediare.