Per mesi, Leone XIV è stato osservato con una miscela di curiosità e attesa. Sembrava che in quanto faceva, diceva o taceva ognuno potesse vedere quello che preferiva. C’è chi lo aveva definito come un Papa «da test di Rorschach», ideato dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach all’inizio del secolo scorso, col paziente che deve descrivere il significato di quelle chiazze. Era un modo elegante per fotografare il disorientamento di fronte all’elezione del primo Pontefice statunitense, che sfida le categorie e i tabù del passato. Ma il 2026 sta dicendo che Robert Prevost riserverà molte sorprese. Rivela una personalità tanto misurata quanto ferma. E dietro alle sue parole e ai suoi gesti si delinea una strategia che persegue l’unità della Chiesa cattolica, un governo collegiale e la ricostruzione delle istituzioni vaticane; senza tuttavia rinunciare a ribadire con chiarezza e, se necessario, durezza il ruolo e l’autorità papali. La lettera tanto paterna quanto ultimativa mandata agli iper tradizionalisti seguaci di monsignor Marcel Lefebvre, ostili al Concilio e prossimi a uno scisma nominando da soli dei vescovi, conferma questa impressione. L’idea di un Papa che «copre tutte le basi», come dicono gli americani mutuando il linguaggio del baseball per definire l’identità trasversale di Leone XIV, non deve ingannare.