Diego Abatantuono, Miles Davis, Eddie Mercks e gli All Blacks tutti insieme dall’elettrauto. E già così siamo apposto. Perché nulla racconta meglio cosa fu Milano e la sua incredibile centrifuga, meglio della capacità del capoluogo lombardo di attirare a sé persone di statura e originalità varia e di renderle magicamente coerenti le une alle altre.

Sembra una roba facile, un pensiero banale, ma richiede cura e attenzione, ascolto e pazienza. Non si sa se questa sia ancora oggi una pratica perseguita, di certo lo era (e lo è) da uno come Gabriele Cabrio detto Lele, al secolo caburatorista di prima e di malizia, ma anche abile elettrauto. E come se non bastasse anima luminosa di una Milano pazzesca, fatta di amore puro, gioia sempre espressa e tristezza lontana anni luce dalla fatica, dai casini e da una vita mica sempre – anzi quasi mai – facile.

Gabriele Cabrio e la sua storia sono il collante di una vicenda umana e sportiva fuori da ogni categoria, quella che vede il rugby come lo sport, il mezzo, lo strumento perfetto per raccontare cosa è stata Milano, chi erano i milanesi e cosa voleva dire prendersi cura per davvero di chi ti stava a fianco, a partire dai ragazzi sparpagliati per strada.