Sabato abbiamo vinto. E questo è il vero guaio. Certo, è stata una vittoria storica per il rugby italiano, il nostro momento Wembley, la fine della sudditanza psicologica verso l’Inghilterra. Come nel 1973, quando la nazionale di calcio vinse a Londra per la prima volta, c’è un prima e un dopo.

Tutto ha funzionato. È giusto celebrare. Ma ieri mattina si sono svegliate le televisioni e la stampa e le pressioni che si nascondono sotto le celebrazioni. Quando la tv scopre uno sport, lo trasforma. Lo abbraccia, lo finanzia, lo rende grande. E poi lo stritola.

Perché la tv non ama gli sport di nicchia: amai prodotti. E un prodotto deve essere comprensibile, spettacolare, vincente. Deve piacere anche all’extraterrestre appena sceso dall’astronave, che capisce subito il calcio ma davanti a una mischia storce il naso e cambia canale. Il rugby non è uno sport televisivo. Non lo è in Inghilterra, dove è stato inventato. Lì il calcio conta oltre cinque milioni di praticanti contro mezzo milione del rugby, e il fatturato della Premier League supera i sei miliardi di sterline annui contro i 250-300 milioni della Premiership Rugby: un rapporto di venti a uno.

Non lo è in Francia, dove si gioca moltissimo a sudovest e quasi nulla altrove. Non lo è in Italia, dove a Brescia è uno stile di vita e a Bergamo è sconosciuto, dove nel triangolo Padova-Rovigo-Treviso la palla ovale è quasi una religione civile e cento chilometri più in là non esiste. È uno sport di nicchia, di élite, con la puzza sotto il naso.