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18 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:01

È mancata la ciliegina sulla torta. La sconfitta dell’Italia del rugby all’ultima giornata in Galles lascia un po’ l’amaro in bocca, non tanto per l’occasione persa di chiudere per la prima volta il torneo con tre vittorie, soprattutto per la prestazione, non all’altezza delle precedenti. Ma anche così questo rimane il miglior Sei Nazioni di sempre, per il trionfo storico con l’Inghilterra (mai avevamo battuto i maestri del gioco, adesso l’unico tabù resta la Nuova Zelanda), e in più in generale per la continuità ed il livello di prestazioni mostrate in campo.

L’Italia del rugby è sbocciata, finalmente. Quest’anno abbiamo giocato cinque partite, vinte due, perse tre, ma in tutte (a parte la sciagurata ora iniziale di Cardiff) siamo stati competitivi. Entriamo in campo per vincere, ce la possiamo giocare alla pari o quasi praticamente con tutti, e questa è la vera notizia. Era il salto di qualità che aspettavamo da anni. Forse da sempre. In passato ci sono state già grandi nazionali: quella di fine Anni Novanta e della vittoria di Grenoble, che si guadagnò sul campo l’accesso al Sei Nazioni; poi la squadra dei vari Parisse, Castrogiovanni, Bergamasco, Troncon, che ha dato il meglio di sé con Berbizier e Brunel in panchina. Questa, probabilmente, è ancora più forte in prospettiva (il gruppo ha un’età media bassa) e già nel presente: l’Italia non è più la Cenerentola del Sei Nazioni, è diventata grande fra le grandi.