LONGARONE (BELLUNO) - Il "no" è secco, deciso. Però attenzione: non è senza se e senza ma. Perché a Longarone nessuno vuole la nuova centrale idroelettrica sul Vajont, è vero. «Utilizzare quell'acqua per arricchire i privati è un'ipotesi che non va neanche presa in considerazione» è la voce unanime uscita ieri era dall'assemblea pubblica convocata dall'associazione Vajont Il futuro della Memoria (che raggruppa superstiti e sopravvissuti della tragedia del 1963) e dal Comune proprio per fare il punto sul progetto del nuovo impianto idroelettrico alle pendici della diga. Ma da qui a chiudere la porta a qualsiasi futuro sfruttamento dell'acqua del Vajont ne passa di strada. Difatti, qualcuno l'ha detto e qualcun altro ha annuito: «Un piano che consenta di utilizzare il salto d'acqua per scopi pubblici e per dare benefici alle comunità locali non va scartato a priori».
Il progetto Insomma, la comunità si interroga. E al momento si dice contraria al progetto sul tavolo, quello presentato dalla società pordenonese Welly Red (ma fondata nel 2009 a Potenza, sotto altro nome), che punta a sfruttare l'acqua in fuoriuscita dalla diga per produrre 13,3 milioni di chilowatt ora all'anno e a garantirsi anche grazie agli incentivi statali sull'energia green circa 1,6 milioni di euro l'anno per una durata di 25 anni. Il progetto è stato scandagliato a fondo nell'assemblea di ieri sera, analizzato dall'architetto Renato Migotti per l'associazione Vajont Il futuro della Memoria, e stigmatizzato come «inutile ai fini energetici» dall'ingegner Piero Sommavilla, intervenuto tra il pubblico. Peccato però che sia un gioiellino sotto il profilo tecnico, tanto da non aver neanche bisogno del passaggio burocratico della valutazione d'impatto ambientale, come ha detto nei giorni scorsi l'ufficio competente della Regione Friuli Venezia Giulia. Quindi come si sostanzia il "no" di Longarone? Con tre mosse. Una tecnica, una morale, un'altra prettamente digitale e web.Le tre mosse L'ultima è quella più semplice: l'associazione Vajont Il futuro della Memoria nei prossimi giorni lancerà sulla piattaforma Change.org una petizione per dichiarare contrarietà alla nuova centralina. Servirà più che altro per fare massa critica. Effetti reali, a dirla tutta, non ce ne saranno. Più solide le altre due mosse. Quella tecnica si sostanzierà nel ricorso al Tribunale superiore delle acque pubbliche del Friuli Venezia Giulia. «Una strada complicata, ma che può servire a ribadire la necessità di passare per la valutazione d'impatto ambientale» ha spiegato Michele Giacomel, presidente dell'associazione. La terza via, la più importante arrivati a questo punto, è un ricorso direttamente al presidente della Repubblica Mattarella. «Un ricorso morale sull'idea stessa di realizzare lo centralina là dove 63 anni fa il disastro del Vajont provocò quasi 2mila vittime - ha sottolineato Giacomel -. Sarà un percorso che ci auguriamo abbia il pieno sostegno delle istituzioni locali». Sostegno che è già stato assicurato dal Comune di Longarone, che ha ribadito anche ieri la contrarietà alla centralina («perché sul Vajont i privati a suo tempo hanno già sfruttato a sufficienza l'acqua. Per questo presenteremo un odg in consiglio comunale» ha detto il sindaco Roberto Padrin); e anche dalla Provincia, presente ieri con il presidente Marco Staunovo Polacco, che aveva pronto un documento da presentare oggi in consiglio provinciale, ma che ritirerà per integrare il testo con quanto emerso dall'assemblea pubblica.Il dibattito La partita però rischia di avere due tempi: quello della centralina progettata oggi, e quello di altri tentativi di sfruttamento, in futuro. Difatti qualcuno ieri sera l'ha detto: «Non riusciremo a fermare per sempre l'utilizzo di quell'acqua e quindi è giusto che si possa fare un progetto che vada a favore delle comunità». Un progetto che a dire il vero era già stato avanzato, nel 2010. La centralina, allora, sarebbe stata di gestione pubblica, con proventi di 300-400mila euro l'anno per i Comuni di Erto-Casso e Longarone. Le amministrazioni locali erano d'accordo, ma non se ne fece niente.









